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Un Cigno dalla penna pungente

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Luca Sommi

E tu caro il mio gatto avrai la compiacenza verso le dodici di fare una corsa alla posta, così ti calerà un po’ quel ventraccio. (…) Fà preparare una buona cena, un buon fuoco, un buon letto. (…) Guarda che non abbia da bestemmiare perché divento col crescer degli anni sempre più furente. Una volta o l’altra già t’ammazzo». Il mondo, il suo mondo di uomo, piccolo o grande, è anche specchiato in queste parole. Ma chi è che scrive? E a chi? Tenetevi  forte: è Giuseppe Verdi che, nella primavera del 1845, scrive a Francesco Maria Piave, lo scrittore, il suo librettista di ben dieci opere, tra cui Ernani, Rigoletto e Traviata. Risoluto, sprezzante, cinico ed egoista: era questo il Cigno di Busseto? «Cos’è la vita?!! Dopo tanti studj, tante fatiche, dopo l’aver raggiunto lo scopo che assicurava uno splendido avvenire… un soffio distrugge tutto! Povero giovine! Oh! E quella povera madre!!!». Compassionevole, umano, sensibile per la morte di un nipote di Giulio Ricordi, suo editore: Giuseppe Verdi era invece questo? Era tutto questo, e molto altro: uomo d’affari, musicista, litigioso e gentile, pieno di interessi e di curiosità, uomo «alto» e uomo «basso»,  spesso contraddittorio, forse perché «conteneva moltitudini» – come scriveva di se stesso in quei giorni, dall’altra parte dell’oceano, Walt Whitman– o forse, più semplicemente, perché dietro al genio c’era un uomo, come tutti noi.  Dalle centinaia di lettere raccolte in «Giuseppe Verdi – Lettere», epistolario uscito per Einaudi a cura di Eduardo Rescigno, emerge tutto il ritratto di questo gigante, simbolo e icona dell’Ottocento, spesso lontano da quello edulcorato della sua immagine pubblica, ma che dalle parti di Parma conoscono bene. Uomo irascibile e gentile, venale e generoso, Verdi è sempre sembrato uomo incline a dar sfogo alle proprie pulsioni, senza troppi freni, e questo libro sembra confermarlo. Che fossero servitori o grandi artisti, amici o nemici, quando aveva un’urgenza sembrava non fare distinzioni. Pensate ad Angelo Mariani, uno dei più famosi direttori d’orchestra di quel tempo, forse uno dei primi direttori «moderni», insomma il Claudio Abbado di ieri per intenderci, che veniva incaricato dal nostro a ricoprire il ruolo di giardiniere: «Comprerai 10 magnolie grandiflora di un metro e mezzo circa, ma in tutti i casi mai minori di un metro (…) Porterai tutto con te, mettendo alla strada di ferro il tutto come Bagaglio (…) Ha capito bene? Ti raccomando di far bene le cose». Per poi riportarlo, magari due mesi dopo, siamo nella primavera del 1860, a interlocutore privilegiato di opinioni riguardo ai moti risorgimentali: «Evviva dumque Garibaldi! Per Dio è un uomo veramente da inginocchiarsi davanti!». Gli errori, visti nelle righe precedenti, che nella prosa del Cigno abbondano – spesso, come si dice, da matita blu –, evidenziano la poca confidenza del nostro con l’ortografia e la grammatica: a «dumque»,  e «fà» si aggiungono innumerevoli inciampi da «publico» a «sogeto», da «Shacspeare» a «Vagner».  Lontano dalla grammatica e, spesso, lontano dall’arte. Ma vicino al denaro. Una parola che doveva suonare alle orecchie del maestro meglio di certe sue celebri arie. A Emilia Morosini, madre del patriota Emilio e figlia di un ambasciatore, scrive senza reticenze: «Chi sa che una mattina non mi risvegli milionario! Che bella parola! Che ha un senso pieno, bello! E come son vuote in confronto fama, gloria, ingegno». Verdi, questo è risaputo, non era uomo di facili sentimentalismi, lontano anni luce dal facile –  per lui evidente – sapore dolciastro della parola «amore». Era, invece, più vicino a questioni meno auliche. Nel 1846 scrive ancora a Francesco Maria Piave, questa volta non per sbrigare faccende, ma per cose attinenti al suo lavoro di librettista: ha bisogno di una romanza «con recitativo e due strofette, l’argomento sarà un’amante che si lagna dell’infedeltà dell’amata (robe vecchie)». Poche righe dopo raccomandandosi con Piave che i versi siano «patetici e piangolosi», e definendo l’amante tradito «quell’imbecille», si lascia andare in un crescendo apologetico  – e molto poco lirico – nei confronti delle «Corna»: «…Evvivano sempre i corni: benedetti!... Oh se… potessi vorrei farne sempre!». Suona davvero strano come, sovente, siano cose spicciole a turbare il sonno del Maestro: manutenzioni, rastrelli, finestre e soldi, ancora soldi. Ecco le indicazioni al fidato – non sempre – Mauro Corticelli, impresario in difficoltà divento suo collaboratore:  «Non voglio che si dia né olio ne vernice ai rastrelli di ferro. È la terza volta che lo dico. Speravo che a quest’ora fossero già finite le griglie e le finestre (…) Ma è vero, pur troppo, che a te piace tutto quello che è inutile, che fa perder tempo, e spender e molti denari». Ora, che tutto questo non tragga in inganno: sono comunque centinaia le lettere in cui si parla di sentimenti, di musica, di coraggio e in cui l’Essere – destinatario ultimo, sublimato, della composizione verdiana – diventa protagonista della vita e oggetto delle attenzioni di questo artista immenso. Alla fine delle oltre mille pagine di questo prezioso volume c’è anche l’ultima lettera conosciuta scritta da Verdi, datata 18 gennaio 1901: è indirizzata a Barberina Strepponi, sorella della sua seconda moglie Giuseppina. Descrive la sua salute buona, nonostante sia costretto su una sedia: «ma ho paura del freddo!!» ripete più volte. «Speriamo che le belle giornate come questa d’oggi continuino. Io col cuore ti stringo le mani».  Giuseppe Verdi morirà otto giorni dopo. Il resto è storia della musica.

Giuseppe Verdi - Lettere
Einaudi, pag. 1170, euro 90,00

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