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Una città in prosa e in versi

Una città in prosa e in versi
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 di Giuseppe Marchetti

Il quinto volume della poderosa «Storia di Parma» edita da Mup (cui va tutta la nostra riconoscenza, specialmente in questi anni di editoria qualunquistica e penosamente distratta!) è dedicato a tema immenso e affascinante de «Le Lettere». Redatto a cura di Gabriella Ronchi e di Domenico Vera cui è affidato il compito di  coordinatore generale della «Storia», questo volume magnificamente illustrato (presentazione domenica alle 10,30 a Palazzo Sanvitale con il sindaco Pizzarotti, il presidente della Fondazione Banca Monte Delsignore, il presidente del Mup Rizzoli, Giancarlo Artoni, Maurizio Chierici, Valerio Varesi e chi scrive) penetra a fondo nel tessuto storico, umano e sociale della città  (e delle città vicine) con il compito tutt'altro che facile di tracciare un affresco delle Lettere parmigiane e parmensi   dai tempi del Medioevo a oggi. Si sono aggiunti alla bisogna Luca Di Sabatino per la Letteratura in volgare dalle origini al Trecento, Ugo Dotti per i soggiorni del Petrarca a Parma, Rinaldo  Rinaldi per il XV secolo, Nicola Catelli per il Cinquecento, Andrea Torre per Pomponio  Torelli e la letteratura della fine del XVI secolo, Fabrizio Bondi per il Seicento, Paolo Bongrani  per le cronache dell'età farnesiana, Francesca Fedi e Rosa Necchi per i primi decenni  del Settecento e il Frugoni, la Fedi ancora per la seconda metà del secolo, Rosa Necchi per l'epoca di  Maria Luigia, William Spaggiari per il pieno Ottocento, Carlo Varotti per gli ultimi anni del secolo, Paolo Briganti per i poeti del primo Novecento, Briganti ancora per il Pezzani in lingua, Giovanni  Petrolini per Pezzani e Zerbini in dialetto, Andrea Briganti per il Futurismo letterario parmigiano, Giovanni Ronchini e Paolo Briganti per la prosa della prima metà del Novecento, Giulio Iacoli per Cesare Zavattini, Paolo Briganti per Attilio Bertolucci, Iacoli ancora per Guareschi,  Paolo Briganti ancora per «L'Officina parmigiana», Giovanni  Ronchini per Alberto Bevilacqua, Luigi Malerba  e i molteplici  percorsi della prosa tra metà e fine Novecento, Paolo Briganti per Giancarlo Artoni, Gian Carlo Conti, Pier Luigi Bacchini e la poesia degli anni più vicini a noi (di autori che hanno esordito negli anni '80 e '90, con i nomi, tra gli altri, di Antonio Riccardi ed Emilio Zucchi), Giovanni Ronchini per i narratori di fine secolo (tra gli altri, Davide Barilli, Guido Conti, Paolo Nori, Beppe Sebaste e Valerio Varesi) e Anna Maria Cavalli per la critica letteraria dei decenni più recenti. Quasi nove secoli di storia letteraria: un immenso panorama con mille ombre e mille luci, con centinaia di nomi e di titoli,  di personaggi maggiori e minori, di tendenze, di idee,  di lavori che ora emergono dal fondo degli anni  e ora invece vi sprofondano per disinteresse o indifferenza. Prosa e poesia che attraversano la Storia e le storie, i Comuni, le Signorie, i Ducati, i regni europei e italiani, giungendo finalmente a noi, cioè a questa griglia di definizioni, giudizi, opinioni e informazioni tutti forzatamente sospesi poiché i lavori sono in corso, l'officina è sempre aperta, i contributi si sommano di stagioni ini stagione, le mode passano  ma i classici restano. Da questo punto di vista «Le Lettere» presenta una dimensione doppia. Se sino a tutto l'Ottocento, infatti, la narrazione e i relativi riferimenti appaiono ormai già fissati nei loro ruoli principali e perciò rimessi  ad una paradigmatica certezza di lettura, nel Novecento tali proporzioni si dilatano e si confondono, e anzi si sovrappongono, lasciando trasparire più incertezze che sicurezze, più giudizi sospesi che rigorose definizioni. Per il nostro Novecento, insomma, si esita ancora. Bertolucci, Bacchini e Zavattini, ad esempio, trovano acuti e documentati lettori, Guareschi  è affrontato, però, con maggiori cautele e i narratori di fine Novecento, tuttora in piena attività, vengono quasi attesi al varco e richiesti di fornire sempre nuove prove. In un tale «farsi» della Letteratura, il  volume già così ricco di contributi e di prospettive storiografiche, apre anche molti percorsi di sola informazione talvolta isolati dal contesto della nostra attuale letteratura - è il caso del giornalismo, la famosa «magia del giornalismo parmigiano»  come scherzosamente la definitiva uno dei suoi più illustri rappresentanti, Lamberto Sechi - suggerendo futuri  e più aggiornati interventi che potrebbero completare la visione generale sull'argomento quanto mai vasto e ricco di prospettive non solo culturali. Si pensi, ad esempio ad una storia della «Gazzetta di Parma» vista appunto quale spia e testimone secolare della storia della città e della provincia e come palestra di collaboratori antichi e recenti tra i più bei nomi del giornalismo italiano, in nome di quella «centralità della provincia» alla quale giustamente fa appello Paolo Briganti soffermandovisi, tra Adolfo Jenni, Paola Casoli e Maria Pia Quintavalla, per poi dichiarare, non senza un moto di malinconia, la fine dell'«Officina parmigiana». Anche di tali sensazioni è fatta la storia che stiamo quotidianamente vivendo, così come ogni apporto del passato ricade - se tale apporto ha una sua solida e comprovata importanza - sul presente. Ne fanno fede il saggio di Dotti sul Petrarca «parmigiano» e poi, di secolo in secolo, in particolare le pagine di Bongrani sugli scrittori e i cronisti dell'età farnesiana, quella delle Fedi sull'età dei Borbone, quelle di Spaggiari su letteratura e vita civile di Maria Luigia agli ultimi Borbone, e quelle della Cavalli su Cusatelli, Lavagetto e Tassi, che dilatano ben oltre i confini della pétite capitale il raggio d'azione della critica e dei suoi metodi. A fine lettura, possiamo davvero sottoscrivere le parole con le quali la Cavalli stessa conclude il proprio saggio: «Attraversare la letteratura, dialogare con i testi da quella zona appartata e forse ancora un poco più “silenziosa” di altre che è la provincia, appare discorso davvero attuale e produttivo, oggi che - nell'era dell'informazione global, gridata, immediata e perentoriamente sicura - come non mai si avverte il bisogno di puntare invece sulla congettura aperta e mobile e di equilibrarsi sulla linea umbratile e creativa del dubbio». 
Le Lettere -  Mup, pag. 530,  80,00

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