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Muti, ecco il mio amato compositore

Muti, ecco il mio amato compositore
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Gian Paolo Minardi

Riandando ad uno dei lontani incontri con Riccardo Muti, alle soglie del centenario verdiano, 2001, tornano alla memoria le parole del maestro, il quale riteneva che il più grande contributo che si potesse fare in quell’anno non fosse tanto eseguire ancora di più le opere di un musicista che è il più eseguito nel mondo, quanto porsi in una prospettiva nuova del discorso esecutivo, stilistico di Verdi, superando cioè la vischiosità di una tradizione che si è consolidata in maniera acritica. Convinzioni che Muti è andato approfondendo con quella determinazione radicata nella convinzione che ogni interprete si debba avvicinare alle partiture di Verdi «non solo con estrema semplicità, ma anche con estrema umiltà, e soprattutto senza essere condizionati da quello che già si è fatto». Sono parole che si leggono nel recente volume «Verdi, l'italiano» (ed. Rizzoli) che Muti ha scritto per la nuova ricorrenza verdiana, un’avvolgente conversazione, come in effetti è stata, con Armando Torno che ne ha curato la redazione. Una lettura che rinnova quel senso di positività che si riceve ogni volta che ci si intrattiene con Muti e che non è che l’esternazione amabilmente confidenziale di quei pensieri che lo guidano nel suo lavoro; minutissimo e puntiglioso, si sa, nell’interrogare con strenua acutezza i tanti segni sul pentagramma quanto nel trasmetterne l’esito a chi tali intenzioni deve tradurre in realtà sonoro, ai cantanti, agli strumentisti. Uno dei pochi direttori Muti che lavora al pianoforte, sul filo della lezione di marchio toscaniniano ricevuta da Antonino Votto, plasmando parola per parola ogni frase alla ricerca di quell’unità che Verdi aveva intuito e affidato alle note, impegno dell’interprete che Muti, parafrasando la lamentela del compositore contro gli arbitrii, così definisce: «Cercate di capire quello che io intendo dire e che è dietro le note, ma leggendolo attraverso le note, non cambiandole a capriccio, creando». La raccomandazione è un po’ il filo conduttore che ci guida nella lettura, lasciandoci toccar con mano attraverso la rievocazione di tante esperienze come l’osservanza non rappresenti un vincolo ma, al contrario, uno stimolo. «Essere fedeli alla partitura – osserva Muti – non significa però non essere liberi nell’interpretazione», nella scelta dei tempi, ad esempio, sempre da concepire in funzione di quella tensione drammatica che era il vero intendimento del compositore. Interpretazione che nasce dall’intelligenza, dal lavoro, quel lavoro, appunto, che il direttore compie in stretta intesa col cantante, senza «mettergli la camicia di forza, ma neanche essere schiavo di una serie di cantanti che, se lasciati al loro arbitrio e non incanalati in un comune flusso interpretativo, creerebbero il caos». Problemi che dalla conversazione affiorano con l’evidenza di chi li ha lungamente maturati: il legato, la pronuncia, l’accento, l’inflessione e il colore della parola, il recitativo; «Eseguire i recitativi con trascuratezza reca quindi danno alla grandezza di Verdi, perché essi non sono meno importanti delle arie». Aspetti che rivivono nel ‘racconto’ di Muti attraverso le tante situazioni da lui vissute, sul campo, nel lungo percorso compiuto con Verdi, seguendone la continua trasformazione del linguaggio, con la stessa stupefazione che nasce e si rinnova ad ogni confronto con la partitura, in una riflessione sempre più intima, fino ad arrivare a quel germe di autenticità che il nostro musicista custodiva con una riservatezza estrema, persino ombrosa a volte: «Studiando sempre di più questo autore, sono convinto infatti che i personaggi siano per lui un mezzo per esprimere molti dei suoi stati d’animo ed in ogni opera ce n’è almeno uno che rappresenta una trasposizione del compositore». Fino a quel compendio che è «Falstaff», il personaggio che «è l’anziano Verdi che riflette sul proprio percorso come uomo e come compositore». Quel «Falstaff», confessa Muti, che come, dovendo scegliere tra le opere di Mozart «non potrei fare a meno di portare con me il “Così fan tutte”», sceglierebbe come «un grande compagno di strada».
Verdi, l’italiano -  Rizzoli, pag. 218, euro  18,50
 

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