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Arte-Cultura

Vent'anni senza Gioànn Brera

Vent'anni senza Gioànn Brera
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di Claudio Rinaldi

Nostalgia del Gioânn. Dei suoi articoli, ma non solo. Delle invenzioni linguistiche, delle battaglie tecnico-tattiche, delle polemiche, affrontate sempre con coraggio e lealtà. Era un piacere leggerlo: si poteva anche non essere d'accordo (molto di rado, personalmente), ma si restava comunque incantati dalla prosa. Come Brera non c'è mai stato e non ci sarà mai nessuno: ha ragione Gianni Mura a ripetere che i soli eredi che ha lasciato sono i suoi figli. C'è, semmai, qualcuno che continua a camminare nel suo solco. La vera eredità che ha lasciato è la generosità verso il lettore. Ha sempre scritto tantissimo, Brera: e sempre ad altissimo livello. Le cronache delle partite, al ritmo di cinque cartelle all'ora, quando non «a braccio» (e il lettore non se ne accorgeva). I celebri «Arcimatti» del «Guerin Sportivo», la corrispondenza con i lettori, le rubriche su tantissime riviste. Nell'«Angolo del vizio» (le  recensioni enogastronomiche pubblicate per anni su «Leadership medica»), per esempio, ha toccato vette tra le più alte della sua produzione. E i libri, scritti d'estate, quando il campionato di calcio gli lasciava qualche settimana di tregua: romanzi, biografie, saggi, manuali tecnici (ma in gioventù anche la traduzione di tre opere di Molière e una corposa introduzione a un saggio di de Gobineau). Aveva una cultura vasta e spessa: quando girava il mondo come inviato, si portava pile di libri: era il suo modo per rilassarsi, dopo ore passate tra le stanghe dell'Olivetti. A Monaco, Mondiali '74, Mura è rimasto impressionato, osservando i tomi sul comodino nella sua camera d'albergo: il primo libro era un volume della «Letteratura italiana» del Flora, per dare un'idea.

Era un fuoriclasse. Alla macchina per scrivere come a tavola: per capire un vino gli bastava annusare il turacciolo. E non sbagliava mai. La tavola era una rampa di lancio per i suoi racconti: adorava stare con gli amici fino a notte fonda, quando non all'alba, giocare a briscola a chiamata, parlare di tutto: di storia e di filosofia, di musica e di pittura, di cibo e di vino. Era amico di capitani d’industria e di contadini: ma stravedeva soprattutto per gli umili, lui orgoglioso «principe della zolla». E’ questo, il Gioânnbrerafucarlo che manca agli amici, prima ancora che il giornalista e lo scrittore. «Mai paura», direbbe lui (era la sua frase tipica, per rincuorare un amico preoccupato, o in difficoltà). Mai paura, a tutti i «Senzabrera». 

 

 

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  • Daniele Tanzi

    13 Dicembre @ 19.08

    L'ho letto per molti anni. Secondo me, non era solo un giornalista: era un grande scrittore. La sua ultima pagina del Guerin Sportivo degli anni Sessanta - Settanta, era leggendaria. Ha inventato un modo nuovo di scrivere, sanguigno e originale. Ha chiamato Gianni Rivera "abatino", Gigi Riva "rombo di tuono". Ti sia lieve la terra, Gioànnbrerafucarlo. Non posso pensare alla mia adolescenza, senza di te.

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