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Vita, incanto di viali e colline

Vita, incanto di viali e colline
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 Stefano Lecchini

E' appena uscita da Moretti&Vitali, nella collana di poesia diretta da Paolo Lagazzi, Stefano Lecchini e Giancarlo Pontiggia, la raccolta d’esordio del poeta parmigiano William Vitali, 57 anni, «Nei modi dell’addio». Riportiamo uno stralcio della postfazione.
Quando era ancora ragazzo, al passaggio fra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso, William Vitali sentiva, forse senza neppure rendersene conto, che la poesia poteva vivere, e vivere benissimo, anche evitando il ricorso a quel che i professori, con malcelato sussiego accademico, chiamano «immaginazione figurale». Gli bastava uscire – magari in periferia, fra gru e palazzi in costruzione che sarebbero piaciuti a Umberto Fiori –, e sciogliere, lungo le strade di quell’Italia che cambiava, il suo romanzo, o il suo racconto, d’amore. Una volta rientrato a casa, avrebbe lasciato su un foglio, quasi ogni giorno, al modo di una piccola cronaca in versi magata e febbrile, le cadenze, il batticuore e il profumo dell’amore. Come molti lirici greci e latini, o certi poeti di lingua inglese (Thomas Hardy, Edward Thomas, Robert Frost...) passati nelle strofe di Gian Carlo Conti grazie alla lezione sempre meravigliosamente involontaria di Attilio Bertolucci, o – ancora – come il Pagliarani di «Inventario privato», Vitali sapeva giungere al cuore del fare poetico dribblando volentieri e con invidiabile naturalezza il richiamo prepotente, a non dire oltranzistico, dell’analogia e della metafora, sirene ineludibili cui quasi tutta la lirica moderna e contemporanea si è sacrificata; e preferendo semmai affidarsi a un uso limpido e casto, visivo ben più che visionario, della similitudine. Gli bastava dar fondo a un orecchio sicuro, capace di ricreare, nella suadente, sommessa musicalità del verso libero, i suoni e i ritmi dei momenti trascorsi, e affidarsi con innocenza, oltre che alle onde del cuore, alle lusinghe del visibile, che quella musica doveva fedelmente ricreare – senza dar troppo peso al sospetto che tutte le cose, nel mondo e oltre il mondo, possano essere strette in una vertiginosa rete di rapporti potenzialmente infinita (e, d’altra parte, la mirabile collaborazione fra parole e immagini presente nei calendari in versi di «Fotopoesia», con cui  Vitali si è fatto conoscere da una ristretta cerchia di appassionati negli ultimi anni, costituisce una conferma più che eloquente in tal senso). È appunto lo stesso miracolo che affiora, oltre che dal primo Pagliarani, da molte delle pagine migliori di Conti, autore che peraltro Vitali, fino a non molto tempo fa, neppure conosceva: come se a qualche privilegiato fosse concesso di toccare il cielo della poesia solo mettendosi seduto – il giorno o la notte alle spalle– a riempire i fogli del proprio calepino. Quella con l’indimenticabile (benché, purtroppo, ingiustamente ormai poco ricordato e ripercorso) cantore de «Il profumo dei tigli» e di «Chiudere gli occhi», e in particolare di Francesca, è una sintonia, sia pur inconsapevole, che a tutta prima rischia di lasciare sconcertati. E non tanto per il comune fondale parmigiano (le strade, i viali, i borghi, i ponti, il Teatro, il Parco, i bar, le edicole, le chiese, e tutti gli altri luoghi riconoscibilissimi perché chiamati, in entrambi, per nome) o parmense (più collinare o «basso padano» in Conti, più appenninico in Vitali) – comune fondale per altro sempre pronto ad animarsi come un sensibilissimo sismografo degli andirivieni dell’amore. (...) Non so quanto sia vero, almeno universalmente vero, che le passioni felici non ammettono di essere cantate – anche perché, o soprattutto perché, il viverle assorbe già in sé ogni energia, e non chiede e non giustifica alcun altro orizzonte. È una visione meramente risarcitoria del canto (io canto, cioè scrivo, in quanto non vivo, o vivo male), che forse, a ben vedere, finisce per coincidere con un’«idea ricevuta». Di certo, il canzoniere di Vitali appare, quasi da subito, immerso in questa temperie; e si fa, si svolge, si produce scavando il proprio letto, il proprio alveo, nel granito di quelle stesse forze che vorrebbero annientarlo... 
Nei modi dell’addioMoretti&Vitali, pag. 184, 14,00
 

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