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Guttuso, l'irruenza della pittura

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Pier Paolo Mendogni

Roma celebra i cento anni di Renato Guttuso (1912 – 1987), testimone passionale e appassionato dei decenni centrali del Novecento, caposcuola del Realismo italiano, spirito libero che l’ha portato a forti contrasti politici – prima con una pittura contraria ai dettami del fascismo, poi con l’impegno aperto per il partito comunista - nonché a svolte sorprendenti, come la conversione finale al cristianesimo.
Con la sua pittura fatta di irruenza gestuale e cromatica ha «reinventato» la realtà dandole una dimensione comunicativa emozionale ed estetica che affascina e coinvolge. La realtà infatti per lui è sempre stata un pretesto per coglierne un aspetto sotteso di denuncia o di fascinazione. Così è intensa l’emozione che suscita questa mostra antologica del centenario «Guttuso 1912 – 2012» allestita nel complesso del Vittoriano (fino al 10 febbraio – catalogo Skira), curata da Fabio Carapezza Guttuso e Enrico Crispolti che hanno raccolto oltre cento opere (tra oli e disegni) provenienti dai vari musei europei e che documentano tutto il percorso dell’artista siciliano, formatosi a Palermo ma trasferitosi giovanissimo a Roma, dove già a 19 anni esponeva alla Quadriennale. La sua carica vitale lo portava a non accettare il pacato monumentalismo del gruppo di Novecento e a ribellarsi alla cultura fascista, che propugnava un’arte solenne e imponente, dipingendo nel 1931 una semplice natura morta, «Lume, piatto, bottiglia», come segno di protesta.
 Si accostava quindi agli esponenti della Scuola Romana – Cagli, Mafai, la Raphael, Scipione - con le loro tinte forti e la loro dinamicità, emergenti nell’«Autoritratto con sciarpa e ombrello» del ’36 e soprattutto nella drammatica «Fucilazione in campagna», intrisa di rossi accesi che richiamano il sangue, dedicata alla fucilazione di Garcia Lorca da parte dei fascisti spagnoli. Era il 1938 e Guttuso aveva aderito al gruppo di Corrente, formatosi intorno alla rivista «Vita Giovanile», sospesa poi dalla censura fascista, con Birolli, Morlotti, Sassu: un movimento che si esprimeva con una violenza gestuale e cromatica che segna quel capolavoro che è la «Crocifissione» (1941), che suscitò scandalo per la sua carica contestatrice e la novità stilistica di elementi presi dal cubismo, in parte già anticipati nell’acceso ritratto di «Mimise con cappello rosso» in ricordo del primo incontro con la futura moglie.
Nel dopoguerra, recuperata la piena libertà d’espressione, molti artisti parteciparono intensamente alla vita socio-politica del Paese per cui si aveva una particolare attenzione ai temi e ai problemi sociali che venivano trattati in modo schietto e con un linguaggio semplice, accessibile a tutti. Il cosiddetto «neorealismo» si diffondeva in tutti i settori dal cinema (che si imponeva in campo internazionale) alla letteratura, all’arte dove si formava «Il Fronte Nuovo delle Arti» movimento unitario eterogeneo, che ebbe vita breve in quanto alcuni artisti, soprattutto su pressione del partito comunista, si schierarono decisamente per l’arte realista contrapponendosi, anche col sostegno dell’influente critica amica, all’astrattismo e all’informale, considerati borghesi, disimpegnati. Tra i dipinti più rappresentativi del periodo del Nuovo Fronte delle Arti si segnalano «Il corvo» e il «Ritratto di Mimise» (1947), ma i temi predominanti diventavano quelli di scottante attualità: la «Retata», l’«Occupazione delle terre», la «Lotta dei minatori francesi» ,anche se non mancavano paesaggi e nature morte. Dove Guttuso dispiega tutta la sua vitale potenza trasformatrice della realtà è nelle opere di grandi dimensioni che campeggiano nel salone centrale dove giganteggia , proveniente dalla Galleria Nazionale di Parma, «La spiaggia» (1955 – metri 3 x 4,5), capolavoro di brillante immediatezza vitale. Di due anni prima è la «Zolfara» crudele nella nudità di quei corpi che si confondono con le masse sulfuree dello scavo.
Anche nella celebre «Vucciria» (1974) le persone sembrano incastonate tra i pesci, la verdura, la frutta, i formaggi in un eccitato brulichio di voci, odori, sapori, colori.
Nel «Funerale di Togliatti» (1972) il tono si fa epico-celebrativo: fra un garrire di bandiere rosse, salutato dai pugni chiusi dei lavoratori, il feretro ricoperto di fiori viene accompagnato dai maggiorenti del partito con compunte espressioni. Il partito è cosa viva e lì si discute («La discussione» 1959-60) mentre il mondo borghese si ritrova al Caffé Greco (1976) in cui spicca l’immagine di De Chirico, osservatore incuriosito. Dello stesso periodo è il famoso «Autoritratto» col maglione rosso con quella mano «simbolo» che tiene il pennello in primo piano, lontana eco della mano del Parmigianino nell’Autoritratto in uno specchio convesso. Palese omaggio a Picasso è il «Convivio» (1973), il primo dei dieci dipinti eseguiti in suo ricordo nell’anno della morte, con Pablo al centro fra i suoi soggetti più significativi. Numerosi i ritratti di amici quali Schifano, Amendola, Moravia, Anna Magnani anche loro protagonisti di quegli anni di cui Guttuso ha lasciato vivide, penetranti immagini che col tempo si sono fatte indimenticabili ricordi.

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