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Elsa, le parole per dirsi

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Francesco Mannoni

Nelle sue lettere ho ritrovato la donna che conoscevo. L’avevo frequentata per vent’anni, e con il distacco e la morte la visione di lei si è purificata di tutti gli elementi spuri che c’erano stati durante la nostra frequentazione, perché lei era una donna estremamente esigente con i suoi amici e parenti. Bisognava sorvegliarsi perché in ogni momento poteva cogliere in una tua parola quella volgarità o banalità che sono presenti in ognuno di noi. Quando divenne particolarmente intrattabile in seguito alla malattia, molti dei suoi amici si videro costretti ad allontanarsi. Ora, invece, a distanza di vent’anni, immergendomi nelle sue lettere, mi sono molto riconciliato con l’immagine di Elsa che allora feriva il mio amor proprio». Parla Daniele Morante, nipote di Elsa Morante, figlio di Marcello, fratello minore della scrittrice. Ex professore di filosofia nei licei, Daniele Morante con la collaborazione di Giuliana Zagra, ha selezionato dall’epistolario della celebre zia, seicento lettere da una massa di più di 5000 ricevute da lei, più quelle che ha trovato fra le sue carte, e le minute che conservava. Il materiale scelto è diventato un libro «L’amata – Lettere di e a Elsa Morante» (Einaudi) in cui vibra l’anima autoritaria, supplice, tenera, impietosa o sconsolata, dell’autrice di «La Storia» a colloquio con i grandi del suo tempo: dall’amato Alberto Moravia a Calvino, Pavese, Natalia Ginzburg, Umberto e Linuccia Saba, Sandro Penna, Luchino Visconti, Mario Praz, Giulio Einaudi, Leonor Fini, Giulio Bollati, Carmelo Bene e tantissimi altri.
Con quale criterio ha scelto le lettere da pubblicare?
Quello della simpatia o dell’amore. Lei diceva sempre che non c’è conoscenza senza simpatia. Diceva che per conoscere una cosa bisognava amarla, perché la conoscenza passa sempre attraverso la simpatia. Non ho incluso le lettere che rivelano solo rapporti professionali o formali. E ho scartato anche le lettere di personaggi come Hemingway o Simone de Beauvoir perché non c’era nessuna empatia fra loro. Naturalmente questa empatia poteva anche tramutarsi in qualcosa di deteriore, invidia e odio.
Cosa possono aggiungere queste lettere alla sua personalità di scrittrice?
Il livello della sua scrittura epistolare è molto alto. Sono lettere tutte belle e questo smentisce quello che lei diceva sempre agli altri. Ovvero, che tutto quello che aveva da dire stava nei libri che aveva scritto.   Le lettere, fanno vedere come nei rapporti privati la sua mediazione fondamentale della vita non cambiava, anche se poteva cambiare il registro, cioè il modo della formulazione che nella produzione artistica sembra assumere forma favolosa e fantastica; nella conversazione e nelle lettere invece, rivela appieno il suo sostanziale realismo.
Elsa aveva un carattere molto forte?
Senza dubbio, almeno apparentemente. Poi anche lei aveva le sue fragilità. Per esempio: ho intitolato questo libro “ L’Amata “ per rimarcare il tema dell’amore ambivalente in lei, che non si sentì mai amata nel corso di tutta la sua vita. Questo titolo, per chi la conosce, risulta contro fattuale, quasi beffardo in un certo senso. Il fatto che fosse circondata dalla devozione e dall’ammirazione pubblica, non soddisfaceva pienamente il suo bisogno d’amore profondo che è consolato solo dall’intimità, dal senso di protezione e di accudimento.
 Il vero grande amore della sua vita, fu Alberto Moravia?
Elsa ha amato Moravia come Moravia ha amato lei, ma amava Moravia quando lui sembrava sfuggirle, e Moravia amava Elsa quando lei a sua volta, ribellandosi, se ne allontanava. E’ la dinamica comune degli amori, ma io dubito che la scelta del matrimonio con Moravia sia stata una scelta felice per lei. Allora era tentata dal desiderio di avvicinarsi alla società letteraria da cui era quasi esclusa, e questo faceva parte del fascino che Moravia emanava. Dalle lettere non si riscontra una soddisfazione sensuale di questo amore, e forse l’elemento cerebrale era prevalso nel loro sentimento.
Se all’inizio ambiva tanto farne parte, perché poi si manteneva un po’ estranea all’ambiente letterario?
All’inizio, sì, voleva, ma in un secondo tempo se ne allontanò. Prima, anche se questo si tende a dimenticarlo, ricercava quell’ambiente, e i premi letterari che vinceva la rendevano felice. Si lasciò sedurre dalla gloria e dalla notorietà, ma una volta conseguiti questi obiettivi, lentamente scivolò nella più completa disillusione. Si accorse che il mondo letterario era dominato da invidie e sentimenti non amichevoli. Mentre noi vediamo dalla corrispondenza che in un primo periodo – diciamo fino agli anni cinquanta – lei è felice e fiera di far parte di questo mondo di talenti e scrive agli scrittori più noti del suo tempo, nel periodo successivo anche in seguito al dramma terribile della morte del suo ultimo amore, lei si stacca dalla società letteraria nazionale e va a cercare i giovani indipendentemente dal loro talento. Si circonda di giovani che può vedere tutti i giorni e seguire passo per passo nella loro crescita, mentre allenta i suoi rapporti, salve poche eccezioni, con quello che è l’ambiente letterario.
L’amata – Lettere di e a Elsa Morante - Einaudi, pag.  686,  euro 30,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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