Arte-Cultura

Attilio, il suo poema in America

Attilio, il suo poema in America
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di Paolo Lagazzi

Come molti sapranno, di recente è stata pubblicata dalle Edizioni Cineteca di Bologna (grazie al sostegno di Alberto Chiesi e con il contributo dell’Associazione Reggio Parma Festival) una testimonianza filmica assai preziosa: la registrazione, effettuata da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco a Casarola nell’estate del 1991, di una lettura integrale della «Camera da letto» eseguita da Attilio Bertolucci. Fra gli aneddoti che circondano la nascita di quest’opera cruciale, uno mi è sempre parso delizioso: ai figli Bernardo e Giuseppe ancora piccoli, quando gli chiedevano cosa stesse scrivendo mentre era immerso nel poema, Attilio, che non osava pronunciare il titolo già ben delineato nella sua mente, rispondeva che stava componendo «la Bedrùm». Cosa significava quella parola misteriosa? Solo dopo alcuni anni l’enigma sarebbe stato sciolto: la «Bedrùm» era semplicemente la «Bedroom», la camera da letto in inglese... Molto tempo è passato da quei momenti in cui due bambini si trovavano di fronte a qualcosa di miracoloso e incomprensibile come può esserlo solo la nascita di un capolavoro tra le pareti domestiche. Una specie di secondo miracolo ha reso possibile l’esistenza reale di «The Bedroom»: la versione integrale in inglese del poema bertolucciano realizzata con un lungo, coraggioso, magnifico lavoro da Luigi Bonaffini. Professore ordinario  e direttore del Dipartimento di Italianistica al prestigioso  Brooklyn College di New York, curatore del «Journal of Italian Translation», uomo un po' schivo ma sincero e affabile, dotato di uno straordinario senso dell’ospitalità (le cene preparate da lui nella sua casa di Brooklyn restano nella mia memoria come qualcosa di favoloso), Bonaffini è uno studioso e traduttore davvero fuori dal comune: aveva già trasposto in inglese poeti quali Campana, Luzi, Sereni e Pasolini quando decise di cimentarsi anche con «La camera da letto». Non poche poesie di Bertolucci erano state tradotte, in precedenza, in inglese in modo autorevole: nel 1993 era apparso nel Regno Unito un bellissimo volume di «Selected Poems» curato dal grande Charles Tomlinson; nel 2005 «Viaggio d’inverno» era stato pubblicato negli Stati Uniti nell’attenta versione di Nicholas Benson («Winter Journey»). Ma la sfida di una traduzione integrale di quell'unicum nel Novecento che è «La camera da letto» aveva qualcosa di enorme, di eroico: avrebbe richiesto a Bonaffini di misurarsi non solo con l’imprevedibilità ritmica ma anche con la sinuosità della sintassi di Bertolucci, col suo carattere flessibile e sfuggente, col suo corpo curvilineo e sospeso, aleggiante e denso, aereo e concreto, divagante tra parentesi, excursus e vagabondaggi fantastici ma sempre capace di scoccare scintille pregnanti su un gesto, un volto, un paesaggio, un oggetto... E ciò avrebbe dovuto essere realizzato cercando di ricreare attraverso le forme della discontinuità (la «pied beauty», le epifanie, le intermittenze della rêverie e del batticuore) quel senso profondo di una durata che lega dall’inizio alla fine il libro facendone un inno di devozione alla vita nella sua totalità. Di fronte a questa sfida, Bonaffini non si è sottratto, non ha mai allentato l’impegno di riscrivere, per quanto possibile, «La camera da letto» in un inglese vivo e caldo, fluido e cangiante, palpitante di immagini a getto continuo. Guidata da uno scrupolo e da un rispetto esemplare, la sua resa non è mai letterale in senso deteriore, non è «filologica» per carenza di respiro intimo, non è certo di puro «servizio». Percorrendo questa versione, sentiamo rinascere quello stesso movimento immaginativo e cardiaco che attraversa la voce italiana di Bertolucci ma che allo stesso tempo la avvicina idealmente alla migliore poesia di lingua inglese. Mi limito a due esempi semplici ma, credo, rivelatori: nella sequenza iniziale del primo capitolo, la triplice cadenza dei versi 9-12 («Ma ogni volta / che l’umido dei prati, il fragore / lontano d’un torrente, il soleggiato / ondulare d’una proda...») torna nella versione in un gioco di riverberi sonori che esalta la densità materica della lingua bertolucciana, la sua forza plastica primaria, rivelandone insieme l’affinità elettiva con poeti come Wordsworth o Frost («But every time / the dampness of the meadows, the distant / rumble of a stream, the sunny / swaying of a bank...»); nella sequenza finale del capitolo VIII, i decisivi, liberatori, direi sacri versi 244-249 («questo [...] è il respiro / di chi non sta più nella stanza, / portato da un’infinita corrente, / avviato a un estuario di pace») si schiudono in inglese in un fugato che, senza forzare per nulla l’originale, ha qualcosa della levitante solennità di Milton («this [...] is the breathing / of one no longer in the room, / carried by an infinite current / toward an estuary of peace»). Quanti traduttori sanno essere, in questi nostri anni corrivi e arresi al pressappochismo, così amorosamente fedeli ai  versi perché così sensibili a quel quid che li innerva, che è la poesia? Nell’introduzione a «The Bedroom», che Bonaffini mi ha cortesemente richiesto e che ha tradotto benissimo, ho fra l’altro cercato di evidenziare ciò che può rendere quest’opera profondamente congeniale ai lettori americani: la vastità epica di uno sguardo a suo modo prossimo alla libertà di un maestro quale Whitman, alla sua capacità di lanciarsi senza paraocchi mentali nel mondo. Come «Leaves of Grass», anche «La camera da letto» è l’avventura di un uomo «capace di scoprire senza tregua, nel battito ondoso dei momenti, il meraviglioso, struggente Far West dei giorni feriali». 
The Bedroom - Chelsea Editions, pag.701,  $ 20
 
 
 

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