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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Medici, la musica col panama in testa

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 Gustavo Marchesi

Quando arrivava da un viaggio, rovesciava la borsa zeppa di fogli e foglietti appallottolati, biglietti ferroviari, scontrini, fatture, promemoria appunti e altre carte da conservare. Guardava impassibile nel mucchio, senza troppa convinzione: «Dev'essere qui…». 
Lo stesso succede a parlare di lui. Un personaggio imprendibile, il carattere ingiudicabile, chiaro e misterioso, sfuggente e candido. Penso quando a Bologna abbandonò la critica musicale del Resto del Carlino. Mi par di vederlo, magari con l’inseparabile panama sulle ventitré («magari confezionato a Carpi», sorrideva): all’ultimo colloquio nella stanza dei bottoni si scappellò, fece un inchino e prese il largo di sua volontà. Ma i capoccia l'avrebbero mandato loro all’inferno se non li avesse preceduti. Pezzi troppo duri i suoi, i clamorosi servizi firmati M.M., che pestavano i calli. Snobbava la proprietà e, secondo i pidocchietti che gli insidiavano il posto, coltivava invece le proprie simpatie infischiandosi di farsi vedere a zonzo di notte con qualche concertista di razza, tipo l’illustre Alfred Cortot, che gli piaceva per quanto bene cantava Chopin sulla tastiera. Aveva i suoi gusti, è chiaro, non li nascondeva, e suscitava battibecchi tra i lettori, il segno del successo: «Mario Medici ha criticato una protegée degli Agnelli! Sembra che l’avucat abbia telefonato al direttore…». Sebbene fosse un’icona, potevano capitargli molte faccende, che infatti gli capitarono. Dato l'addio al giornale, fece il direttore artistico all’Arena di Verona e il bibliotecario nei Conservatori. D’estate al «Boito» lo trovavi in studio anche durante la pausa pranzo. Mangiava asciutto con una bottiglia di lambrusco. Nella stanza il termometro segnava trenta gradi, fuori le cicale si rosicchiavano nervose. In questa cucina di tormenti climatici che è la valle padana, si bolliva, bollenti in brodo. 
Medici teneva il panama perché gli parava il sole e forse gli ricordava il canale a scale, dal quale transitò con la nave. Tra il 1943 e il 1945 era stato in prigionia nel campo di concentramento di Hereford in Texas, un’ammucchiata di giovani talenti. Scampato agli scottoni della campagna d’Africa, l’indomani di El Alamein, bruciò ancora nella fornace americana. Aveva la cute compromessa e non solo la cute. Stando al medico era forte, un bue, «un bue di guerra però, malandato». Al «Boito» passeggiava volentieri sotto i portici dei chiostri. Si prendeva gioco delle statue, i busti appollaiati sopra esili colonnette, docenti del passato, severi e a modo, infagottati tra barba e baffi. Li adornava con tratti di rampicanti che strappava da un cespuglio del giardinetto. Il filamento foglioso sembrava entrare da un'asola del panciotto e uscire dal naso o da un orecchio, oltre ad avvolgersi in ghirlanda sul capo.
Aveva molto spirito, ma ipersensibile. Provava ribrezzo per gli insetti, bruchi, farfalle, libellule, mosconi. Si proteggeva il naso e la bocca con un fazzoletto, fin che qualcuno non lo liberava dal mostro. A tavola era una rogna, tutto gli sapeva di niente, tutto mancava di pepe e sale, o cotto troppo o cotto poco, senza gusto, tranne poche cose, come pasta e fagioli. «Andrai ben soldato» gli augurarono in famiglia. Tornò più schizzinoso di prima. 
Quando partì, si era già messo in luce con alcune composizioni eseguite da solisti celebri. Reduce da Hereford, sbarcato a Napoli, deperito, provato, fa visita a Benedetto Croce, insieme con l’amico Virgilio Pini, luminare della filologia romanza, che già conosceva il filosofo. I due carinamente si confidano: «Siamo venuti a prendere un po' di luce dal cervellone d’Europa» (Croce lo vedevano così nel Nuovo Mondo). Mario sospira: «Non vedo l’ora di tornare alla musica». Il gran Benedetto si fa scuro: «Peccato, io di musica non capisco niente». Allora Mario, a tempo: «Male, per il teorico dell'estetica». E il gran Benedetto, rassegnato: «Accuso il colpo».
Mario guardava da una parte sola, tutto se stesso guardava là, verso Busseto. E fra noi qui, merito della sua incrollabile volontà, ecco sbucare l’Istituto nazionale di studi verdiani, un grosso attestato di onestà e competenza per amore di Verdi. Mario era predestinato: classe 1913, quest’anno ricorre il suo centenario, cento anni dopo il numen, del quale si dovrebbe celebrare il bicentenario. Dicono.

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