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Baricco a Parma: «Giovannino? E' un mio maestro»

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di Rita Guidi

Dubbi, domande e baffi. Si conclude come è giusto che sia: col piacere di tanti quesiti aperti, la garanzia di mai superficiali (in)certezze e anche col gusto di un irrinunciabile sorriso, il convegno dedicato a Guareschi. «Un Giovannino che è diventato un Giovannone - come ha affermato Giuseppe Marchetti nell’introdurre la tavola rotonda dal titolo “Scrittore anomalo? Scrittore modello?” della quale è stato moderatore - Perché devo dire che Guareschi l’abbiamo letto, l’abbiamo visto, l’abbiamo ascoltato, ma non lo conoscevamo».

«E’ un termometro, la cartina di tornasole dei tanti pregiudizi che affliggono tanti scrittori - ha sottolieato Guido Conti nel suo intervento - Ma per uno scrittore come Guareschi, autore che ha sorpreso anche me che mi illudevo di conoscerlo, occorre un approccio critico nuovo. Una lettura trasversale necessaria per chi, come lui, scriveva su più tavoli contemporaneamente per l’essere vignettista, scrittore di articoli e di racconti. Solo così lo si può apprezzare nella sua interezza».  Alessandro Baricco,  nel suo intervento ha insistito sulla consapevolezza di certe scelte di Guareschi: quelle che lo hanno reso insieme grande, modernissimo e parallelamente inviso alla critica canonica:  «Di Guareschi sono soprattutto un accanito lettore e paradossalmente so poco di lui - ha esordito Baricco - ma è evidente (e di questo gli sono debitore) che c’è nella sua scrittura più di una profezia. Per esempio? E’ uno scrittore di poche parole. Un talentaccio nell’essere essenziale ma potente. Un maestro dei dialoghi. La mia generazione li ha imparati dagli americani o dagli autori di genere, ma in Italia ad essere venti o trent’anni avanti era lui. I film sono lenti rispetto alla velocità della sua scrittura. E altrettanto grande è la sua capacità di creare paesaggi epici. La cosa più vicina al western. Un mondo che non potrebbe esistere, che è mito in movimento».

Per di più un mondo inserito nel format della serialità, aggiunge Baricco, che, a microfoni spenti, aggiunge provocatorio: «Ha presente Dr. House? Ecco, se dovessi cercare un parallelo contemporaneo di Guareschi direi che è quello. Pensi alla straordinaria intuizione della serialità. Alla sua capacità di fissare un microcosmo con delle regole sulle quali può produrre episodi infiniti...E’ la più alta e raffinata tecnica narrativa di oggi. E anche quello che mi piaceva da bambino...».  Ha scoperto Guareschi già da allora?  «A 13 anni. Partendo dallo Zibaldino. Poi mi sono divorato tutto. Ce l’avevo sul comodino, come Salgari o Kipling...Gli sono insieme affezionato e grato, per tutto quel bagaglio di tecniche narrative che dicevo e che mi ha lasciato. E per le quali è giusto che sia ricordato...».  Oggi più di ieri...dalla critica, intendo...

«Ma a questo proposito non sono così sicuro che non fosse consapevole delle sue scelte. Voglio dire che i suoi riconoscimenti abitano già in quanto ha lasciato nelle pagine degli altri, anche nelle mie...Insomma, siamo sicuri che volesse essere quello che si dice un grande della letteratura»?  Nell'ultima tranche del convegno, cioè «Guareschi e l’Europa»,  la relazione di Olga Gurevic su «Guareschi e la sua visione della Russia» si è soffermata  sulle   descrizioni estreme e paradossali (di un’impossibile “Baffonia”...),  così diverse dai resoconti del giornalismo anticomunista. Perchè Guareschi non aveva  bisogno di essere realistico. Come ha ben sottolineato la Gurevic nel suo intervento, è proprio la sua paradossalità, il suo umorismo grottesco, che racconta al meglio l’assurdo della realtà sovietica. Il motivo per cui, conclude, un bilancio sulla lettura di Guareschi in Russia (bilancio invece tracciato dalle puntuali e insieme divertenti relazioni sul fronte Ovest - Spagna e Portogallo - rispettivamente da Alonso Ibarrola e Luisa Antunes), sarà possibile forse solo nel duecentesimo anniversario dell’autore... Nel caso della Russia, come in quello del suo mondo piccolo, Guareschi crea infatti dei non-luoghi, come ha affermato in chiusura Marzio Dall’Acqua: «Non uno spazio misurabile ma un luogo mitico».

Ed è qui (questo è certo) che abita tutta la sua infinita modernità.

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