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Ruta, artista ritrovato

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Nessun altro artista ha tanti quadri disseminati nelle chiese, nei palazzi pubblici e nei musei di Parma e provincia come Cle-

mente Ruta, eppure il suo nome fatica ad emergere tra i non addetti ai lavori, anche se altri suoi dipinti si trovano al Prado e al Palazzo Reale di Madrid, a Capodimonte e al Palazzo Reale di Portici, a Milano, Modena, Piacenza e nel Piacentino. A rilanciarne l’opera e la figura giunge ora la accuratissima monografia, felicemente edita nei «Quaderni di Parma per l’Arte» diretti da Giovanni Godi, «Clemente Ruta (Parma 1685 – 1767)», frutto delle approfondite ricerche di Giuseppe Cirillo e Alberto Crispo, che ci offre un ritratto a tutto tondo di questo sorprendente e longevo artista, protagonista della pittura parmigiana (con lunga appendice napoletana), della prima metà del Settecento. Cirillo e Crispo hanno scandagliato minuziosamente documenti e fonti ricostruendone il catalogo, portato ad oltre 160 lavori di cui diversi inediti, e il lungo percorso inserito intelligentemente negli ambiti culturali attraversati, così da offrire un’ampia visione della storia dell’arte negli ultimi decenni del ducato farnesiano quando era attivo l’atelier bolognese di Carlo Cignani col figlio Felice, Luigi Quaini, Marcantonio Franceschini e Tommaso Aldrovandini; e poi Ferdinando Galli Bibiena, Sebastiano Ricci, Agostino Carracci, Felice Boselli, Ilario Spolverini, Giovanni Bolla.
Clemente Ruta è nato a Parma nella parrocchia di San Tommaso. Il padre Giuseppe, ingegnere, era maestro di fortificazioni, capitano dei Bombardieri e insegnante dei principi Odoardo, Francesco e Antonio. Un personaggio importante nell’ambito del ducato che riuscirà ad ottenere per il figlio diciottenne un alunnato preso Carlo Cignani che nel 1703 lavorava a Forlì, dove Clemente si recava. E l’influenza del classicheggiante bolognese si nota nelle due grandi tele che ora si trovano nel presbiterio di Sant’Uldarico, rappresentanti «Ester sviene al cospetto di Assuero» e «Giuditta esibisce la testa di Oloferne».Prima di tornare definitivamente a Parma nell’agosto del 1714 – dove assisteva alla cerimonia del matrimonio di Elisabetta Farnese col re di Spagna – si recava per tre anni a Roma, documentandosi così sui grandi maestri del passato e sugli artisti emergenti.
 Nell’aprile dell’anno seguente si sposava con Marianna Pasqualini, più giovane di dieci anni e appartenente a una famiglia agiata; dal matrimonio nascevano Dorotea (1717), Angela (1719), Barbara (1721), Isabella Margherita (1723) e Carlo (1726). Seguendo le orme del padre Giuseppe veniva chiamato ad insegnare nel Collegio dei nobili e riceveva l’incarico di rinnovare la cappella dell’Immacolata Concezione, annessa a San Francesco del Prato, con le due vaste tele ora in S. Uldarico e altre dodici rappresentanti profeti, sibille e santi ancora in loco. Un salto di qualità si avverte nelle due pale di Vedole con echi parmigianineschi nella «Visitazione» e correggeschi nell’«Adorazione del Bimbo». Altre commissioni giungevano dai gesuiti, dalle orsoline, dal marchese Casati di Piacenza e anche per l’interessamento della duchessa Dorotea Sofia che apprezzava l’artista e lo incaricava di ritrarre il duca Antonio come protettore del Collegio dei nobili (ora nella Galleria Nazionale).
 Quando nel 1729 Charles Louis de Montesquieu veniva a visitare Parma annotava nel diario i lavori di Correggio e Parmigianino e un quadro «molto ben riuscito» del Ruta: «Loth inebriato dalle figlie». L’artista aveva ormai raggiunto la maturità ma continuava ad affinare il suo stile e nel «Martirio del Beato Fedele da Sigmaringa» nella chiesa dei cappuccini appaiono alcune vaste campiture di contrapposizioni cromatiche. La svolta fondamentale si aveva nel 1732 con la grande pala della «Natività della Vergine» per San Quirino (oggi nel Palazzo Comunale) dove le persone e gli angeli assumono atteggiamenti di aggraziata leggerezza e le tinte diventano più chiare e brillanti con un linguaggio aggiornato sui canoni del barocchetto, che influenzerà i più giovani artisti parmigiani. Su questa scia si pongono le pale di Antognano e Medesano e soprattutto la Giuditta e il Davide della collezione di Franco Maria Ricci.
 Così nel 1735 Ruta veniva indicato tra i «pittori primari di questa città» e due anni dopo era nominato cavaliere e acquistava il podere Rivalta al Castellaro. Dotato di una solida cultura, nel 1739 pubblicava la prima guida artistica «delle più eccellenti pitture di Parma». Durante il suo breve ducato parmense (1732-34) Carlo di Borbone conosceva Clemente Ruta e dopo il suo passaggio al regno di Napoli si faceva mandare da lui vari quadri, convincendolo a trasferirsi nel 1741 sotto il Vesuvio con importanti incarichi tra cui l’inventario della galleria farnesiana e la direzione dei restauri. Gli faceva subito dipingere il ritratto della neonata primogenita Maria Isabel da mandare ai nonni reali a Madrid. Mentre era a Napoli moriva la moglie e si risposava con Barbara, restando però ancora vedovo. Tornava a Parma nel 1759 quando Carlo lasciava Napoli per la corona di Spagna. Nel ducato la situazione era cambiata: era stata aperta l’Accademia e i pittori più quotati erano Giuseppe Baldrighi, Pietro Melchiorre Ferrari, Pietro Rubini. Clemente Ruta, ultrasettantenne, aveva problemi di vista (morirà cieco nel 1767) e nella «Maddalena penitente» si nota lo sfaldamento del colore come nel «San Silvestro» che assume toni drammatici per la corrosione del segno e il livido tonalismo.
PIER PAOLO MENDOGNI
 

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