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Auster, cronache dal crepuscolo

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Anna Folli

A colpire, nell’ultimo libro di Paul Auster, ancor più della qualità della scrittura che ormai i suoi lettori apprezzano da oltre trent’anni, è l’intensità e il coraggio con cui svela la parte più intima di sé, i suoi ricordi, i rapporti con le persone che ama, le sue debolezze e paure.
«Diario d’inverno» è una sorta di memoir scritto in seconda persona, quasi che Auster volesse separare l’io narrante dal personaggio di cui racconta la vita.
Compiuti i sessantaquattro anni, l’autore di «Trilogia di New York» e «Mr. Vertigo» avverte la necessità di fare i conti con il proprio passato e di guardare a un futuro necessariamente più breve: Quante mattine restano?, si chiede. Quante volte ancora potrà godere di quei mille piccoli e grandi piaceri che rendono la vita di un uomo degna di essere vissuta?
Nel suo bilancio esistenziale che parte dal corpo invecchiato per arrivare dritto dentro la propria anima, già il titolo è rivelatore.
Se Auster racconta di avere iniziato il suo libro nei giorni in cui New York era flagellata dalle tormente di neve e tutto attorno era foschia, vento e ghiaccio, è evidente che il tempo cui fa riferimento non è soltanto meteorologico.
E il clima inclemente si adatta alla perfezione con il freddo che sente dentro di sé per l’approssimarsi della fine. Già nell’incipit c’è la lancinante consapevolezza dell’inevitabile: «Pensi che a te non succederà mai, che non ti può succedere, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succederti tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri».
E’ attraverso le cicatrici impresse nel corpo che già porta le tracce indelebili del tempo trascorso, che Auster ricerca i segni della propria fragilità interiore.
«Sei senza dubbio un essere menomato e ferito – scrive - un uomo che si è portato dentro una ferita dalla nascita (altrimenti perché avresti passato la vita a sanguinare parole su una pagina?».
Non c’è una cronologia precisa in questo appassionato diario di un crepuscolo annunciato.
Auster passa dal presente al passato senza un apparente nesso logico, ma seguendo il fil rouge dei propri ricordi impressi a fuoco sul corpo, «il luogo in cui la storia comincia e quello in cui finirà tutto».
Ha cinque anni ed è in cortile accucciato a scrutare un formicaio quando, con una botta in testa che gli causa una ferita, un suo compagno di giochi gli fa scoprire quanto fallaci possano rivelarsi i rapporti di amicizia.
Nella sua ricerca del tempo perduto ricorda i dolci preferiti durante l’infanzia e i primi amori, la scoperta del sesso e il primo viaggio a Parigi.
Elenca (in modo forse troppo insistito) le ventun case in cui ha abitato fino a trovare quella perfetta e definitiva a Brooklyn.
Passa dal racconto del suo primo, breve matrimonio con la scrittrice Lydia Davis a quello invece lungo e felicissimo con Siri Hustvedt, anche lei scrittrice; descrive l’incidente in cui, con lui alla guida, la moglie ha rischiato di morire e narra i tanti incontri con personaggi più o meno illustri, di cui quello con un Jean-Louis Trintignant già anziano, ha una grazia speciale.
Ma il nucleo attorno al quale ruota tutto il libro è il ricordo della madre.
Se in «L’Invenzione della solitudine» che portò Paul Auster al grande successo internazionale, protagonista era il padre con la sua morte precoce e improvvisa, qui centrale è l’immagine della madre «perché dentro di lei tutto è cominciato».
Vittima di un matrimonio male assortito che già aveva esaurito il proprio slancio prima della fine della luna di miele, quella donna ancora giovane e bella aveva concentrato sul figlio un amore e una dedizione assoluta per trovare in lui il conforto e lo scopo che nella vita matrimoniale le erano mancati.
«Se ora in te c’è qualcosa di buono – scrive Auster parlando a sé stesso – se hai dei punti di forza, ti vengono da quel periodo, prima ancora che tu possa ricordare chi eri».
Con il tempo quel legame così intenso durante l’infanzia sembrava essersi allentato.
E invece alla notizia della morte della madre, qualche cosa si spezza dentro di lui e iniziano gli attacchi di panico e il terrore della morte.
Ma è un’altra donna, la moglie Siri, a trascinarlo nuovamente nel fiume della vita.
E a ridargliene il gusto, che si fa ancora più dolce e struggente quando ormai l’inverno incombe su di noi.

Diario d’inverno
Einaudi, pag. 193, 18,50 euro

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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