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Il rivoluzionario di Varesi

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Giuseppe Marchetti
Molti anni fa, esattamente nel 1956, concludendo il proprio  ampio saggio sulla «Letteratura della Resistenza» (Edizioni 5  Lune) Angelo Paoluzzi scriveva: «Il panorama che si è voluto  offrire al lettore si chiude con un interrogativo: saprà la Resistenza continuare ad ispirare altre opere, altre ricerche, altre  sintesi? Secondo noi sì, nella misura nella quale la cultura riconoscerà a sé stessa il diritto e il dovere di approfondire la  conoscenza di quel periodo che è stato il punto di partenza per un  mutamento fondamentale della vita civile italiana». Paoluzzi aveva ragione. Infatti, dopo la prima serie di memorie, testimonianze e cronache, durante gli anni Cinquanta e Sessanta, cominciò ad affermarsi una narrativa più matura e sicura alla quale  appartengono opere di alto valore letterario come le «Cinque  storie ferraresi» di Bassani, «I superflui» di Arfelli, «L'uomo di  Camporosso» e «Il figlio di Caino» di Seborga, «Tutti i nostri  ieri» della Ginzburg e «La ragazza di Bube» di Cassola, per fare  solo qualche nome e titolo tra i tanti che vengono in mente. Ma:  dopo? Dopo, in realtà, tolto il gran ciclo di «Una storia italiana»  di Pratolini e «Il partigiano Johnny» di Fenoglio, le intenzioni  cominciarono a confondersi, quasi a stralunarci, e anche in un  romanzo di classe come «La Quarantasettesima» del nostro  indimenticabile Ubaldo Bertoli, s'avvertì una certa naturale  stanchezza e come un riversamento verso motivazioni più recenti, l'operaismo, ad esempio, e i conflitti tra fabbrica e lavoro,  tra città e campagna, anzi meglio tra città e periferie. Vennero i  libri di Volponi, di La Capria, di Ottieri, di Silone, di Rimanelli, e  Pavese, Vittorini, Fenoglio e Arrigo Benedetti parvero lontani,  ormai, molto lontani. Di colpo, invece, adesso ritroviamo quella  memoria, quel timbro umano e quelle voci nel nuovo romanzo di  Valerio Varesi «Il rivoluzionario» (Frassinelli editore). Di colpo  ci sentiamo trascinati verso «l'alba della Liberazione», cioè in  quella atmosfera eccitata ed eccitante che seguì come un vento di  rivoluzione la fine della guerra sull'ala di una speranza quasi  impossibile, quella di cambiare il mondo, di cambiarlo dalle  fondamenta in nome e per conto di chi aveva combattuto e di chi  era morto per quella luminosa utopia. L'Emilia in particolare fu  terra di simili uomini. E qui non possiamo non ricordare un altro  libro di eccezionale rilevanza letteraria e umana, «Il comunista»  (1976, ma in realtà steso più di dieci anni prima) di Guido  Morselli: un romanzo di rivoluzione e di idee, che rivela la  dolorosa, profonda e radicale nostalgia del militante comunista  puro per il tempo di Stalin, il tempo della fede, assieme alla  sofferenza di chi vive il crollo di un mondo sino a pochi anni  prima rappresentato, impervio e indiscutibile, dal partito. Uomo  di Reggio Emilia, quello di Morselli, uomo di Bologna quello di  Varesi, questo Oscar Montuschi per il quale - scrive il narratore -  tutto quello che avviene è il prodotto pericoloso di una «restaurazione strisciante», la peggior fregatura che possa capitare.  Varesi si è accostato ai tempi e ai personaggi con una vivacità  indescrivibile, vi si è precipitato dentro riaprendo proprio quelle  tematiche, quelle suggestioni, quelle calde speranze e quelle  patite illusioni che il dopoguerra - anzi, meglio, il doporesistenza  - aveva alimentato prima e frantumato poi con i primi governi  democristiani. Naturalmente, il romanzo storico di Varesi è  anche un romanzo d'amore, e di sentimenti, con Italina e Dalmazio, ma parimenti valgono le amicizie di guerra e di partito,  cioè quelle rinsaldate e protette dai comuni ideali, mentre sullo  sfondo si proiettano alcune grandi ombre, Dossetti, Nasalli,  Rocca e Lercaro cardinali, Tambroni, De Gasperi, Scelba e il  sindaco Dozza. La cronaca di quegli anni e di certi particolari  giorni entra nel romanzo e lo fa palpitare. Indimenticabili, ad  esempio, le pagine dedicate ai tumulti di Bologna dopo l'attentato a Togliatti, le sequenze di disorientamento e sbigottimento sui fatti di Ungheria e sui primi e incerti commenti  davanti  alle incrinature che si erano aperte nel compatto  muro dei consensi al partito. E singolari inoltre le «disgressioni»  che Varesi ha applicato al filone principale del racconto, cioè le  permanenze di Oscar in Russia e in Africa, a Mosca alla scuola del  Partito Comunista, in Africa tra i rappresentanti del Frelimo.  Con il passare degli anni, però, Oscar diventa sempre più «un  uomo scomodo che non piaceva né ai comunisti né ai reazionari»  e lui stesso «cominciava a sentirsi sempre più solo in quel mondo  in cui le ruspe dominavano la scena». Davanti al mondo che  cambia e all'Italina che gli mormora «E' passato un po' di tempo,  sono invecchiata», Oscar dirà «Siamo invecchiati». E al figlio  Dalmazio che va a trovarlo in ospedale, ripeterà la frase di  Berlinguer «abbiamo esaurito la spinta propulsiva». E così, nei  giorni dell'omicidio Moro, quando le Brigate Rosse mettono in  crisi tutto il sistema del tradizionale impianto politico, Oscar,  con Italina e alcuni vecchi compagni di partito, metterà in piedi  una cooperativa per persone dimesse dai manicomi e ragazzi  handicappati secondo i piani di Franco Basaglia e Mario Tommasini. Il romanzo scivola rapidamente verso il silenzio: tutta  una storia della nostra storia finisce qui. Recuperando la cronaca, Varesi non può dimenticare la strage della stazione di  Bologna, gli affari della Loggia P2, il terremoto dell'Irpinia e il  ferimento di papa Woijtila, ma in pratica il romanzo si chiude e  non si aggiungono che dati e nomi. Costretti alla resa i vecchi  comunisti eretici non si voltano nemmeno più indietro, e il  narratore li contempla finalmente in tutta la loro orgogliosa  fragilità.

Il rivoluzionario - Frassinelli, pag.  480, 18,50

 

 

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