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Arte-Cultura

Nella luce del sacro e del mito

Nella luce del sacro e del mito
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 di Pier Paolo Mendogni

Ogni volta che ci si accosta a Giambattista Tiepolo (1695 – 1770) si resta abbagliati dalla scintillante bellezza delle sue opere festose di colori smaglianti che si solidificano sulla tela in forme di una seducente sensualità che però sembra portare in sé i germi di una futura decadenza, quella che coinvolgerà Venezia sul finire del secolo. La freschezza, la teatralità dei gesti possono apparire frutto di improvvisazione mentre sono la risultante di una lunga gestazione attraverso i disegni che fissano sulla carta le intuizioni originali con rapidità stenografica, quasi con furia, per rivestirsi di forme, di luce. E la possibilità di seguire l’artista in tutto il suo percorso creativo costituisce uno dei motivi di richiamo della mostra su «Giambattista Tiepolo. Luce, forma, colore, emozione» in corso nella storica Villa Manin di Passariano (fino al 7 aprile) curata da Giuseppe Bergamini, Alberto Craievich e Filippo Pedrocco che hanno raccolto 145 opere (tra oli, disegni e incisioni) provenienti dai maggiori musei europei e statunitensi. Un bus navetta collega Passariano a Udine per visitare il Palazzo Patriarcale affrescato dal veneziano negli anni giovanili (1726-28) e completare così un percorso traboccante di personaggi storici, mitologici, religiosi in uno scenografico trionfo di grazia solenne e affascinante luminosità. E il dipinto giovanile «Apelle che dipinge Campaspe», che apre il percorso, dimostra come Giambattista avesse già un’alta autostima, dando le proprie sembianze al più celebre pittore dell’antichità e richiamando il Velázquez delle Meninas. Tiepolo, del resto, aveva una vastissima cultura e l’ha manifestata sia nella vastità e varietà dei temi mitologici e letterari trattati sia nelle fantasiose e sconcertanti invenzioni delle sue opere grafiche in cui emerge una profonda conoscenza della filosofia esoterica. Genio precoce come Metastasio e Mozart, Giandomenico a ventun anni era già un maestro indipendente e la sua abilità è testimoniata da alcuni inediti disegni giovanili. Ha bruciato le tappe anche nella vita, sposando nel ’19 Cecilia Guardi, sorella dei pittori Antonio e Francesco; dal matrimonio sono nati nove figli e solo due – Giandomenico (1727-1804) e Lorenzo (1736-1776) - hanno seguito le orme del padre. Nei disegni (una settantina) si coglie la sua versatilità tecnica con l’uso dei gessi rossi e bianchi, della matita, della penna e dell’acquerello e la sua varietà di interessi iniziando dagli studi anatomici su carta azzurra, provenienti dal Museo Correr di Venezia, e proseguendo con le incisive caricature e i Pulcinella del Museo di Trieste, i paesaggi, fino ai personaggi e alle figure allegoriche che si ritrovano nelle sue opere che vengono presentate in un percorso cronologico, introdotto dai pennacchi della chiesa veneziana dell’Ospedaletto, dipinti a diciannove anni. Passo dopo passo la mostra ci conduce nel mondo incantato, senza tempo, sospeso tra immaginazione e realtà, degli eroi cavallereschi, dei santi, degli dèi, delle figure allegoriche, dei personaggi storici tutti nobilitati dal fremito vibrante della luce che si fa materia e respiro, tensione seducente e pausa misurata: un mondo che ha perforato soffitti e pareti dilatandosi in spazi infiniti e che ha trasformato le tele in palcoscenici colti e spumeggianti, incantando uomini di cultura e regnanti di tutta Europa. Zefiro e Flora che si librano luminosi nell’immensità dell’azzurro costituiscono un esempio significativo dei sommi capolavori eseguiti dal Tiepolo nei palazzi nobiliari. Siamo all’inizio degli anni Trenta e da quel momento la carriera dell’artista è un susseguirsi di successi sia nelle decorazioni di interni religiosi e laici sia nelle opere singole realizzate «con un fuoco inesauribile, un colore splendido e una rapidità sorprendente». Nel ritratto di Antonio Riccobono (1743) Tiepolo ci dà una immagine penetrante e dinamica del letterato rodigino, confermandosi all’avanguardia anche in questo settore. E’ il momento della piena maturità e dei maggiori capolavori. «Nettuno che offre doni a Venezia» è un’allegoria dello stato in cui la giovane che personifica Venezia straripa di ricchezza nel luccichio dei gioielli e nello splendore dei drappeggi. In «Rinaldo e Armida nel giardino incantato» (1752) la seducente incantatrice, con una camicia bianca che lascia scoperto un seno, attira a se il cavaliere ormai vinto da una magia che trova un’eco nel paesaggio misterioso. Dalla letteratura alla mitologia nell’esuberanza dei nudi femminili dalle forme generose come la Danae investita dalla pioggia d’oro di Giove, la Diana protetta dalle ninfe all’apparire di Atteone in un paesaggio fiabesco, la Verità scoperta dal vecchio Tempo mentre scaccia la menzogna. Le vicende storiche si svolgono in scenari con architetture classicheggianti tra statue e possenti colonne come «Il banchetto di Antonio e Cleopatra», l’animato «Ratto delle Sabine», il solenne «Mecenate presenta le arti da Augusto». I dipinti religiosi vanno dai temi biblici, come lo splendido «Abramo visitato dagli angeli», alle toccanti scene con la Vergine tra cui l’elegante, grande pala di Piove di Sacco, alle tele dedicate ai santi con la trepidante Santa Tecla che implora Dio Padre di liberare Este dalla peste e col possente, luminoso San Giacomo maggiore che, vestito di bianco su un cavallo bianco, piega i mori dando nell’844 la vittoria all’esercito spagnolo. 
 

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