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Letterati e parmigiani dell'800

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Le lettere, nuovo volume dell’enciclopedia Storia di Parma, edita da MUP con il sostegno di Fondazione Monte di Parma, Camera di Commercio di Parma, Università di Parma, è dedicato alla letteratura parmigiana, dal 1200 a oggi. A seguire un contributo del Professor William Spaggiari, dedicato al tema "Letteratura e vita civile: da Maria Luigia agli ultimi Borbone", ampiamente trattato nel volume.

Nel passaggio dall’età napoleonica alla Restaurazione il panorama letterario parmigiano vede la scomparsa di figure prestigiose, come il tipografo Giambattista Bodoni, e la diaspora intellettuale; erano molti gli intellettuali del ducato che avevano preferito mettere alla prova in altre città la vocazione a una letteratura attenta ai fattori della rigenerazione sociale. Lontano da Parma operarono a lungo poeti come Claudio Linati e Jacopo Sanvitale, che si impose dapprima come cantore della patria lontana, poi come interprete di una linea spirituale e profetica nel poema «La luce eterea». Da sottolineare, come elemento significativo della vita culturale cittadina dopo l’arrivo di Maria Luigia, sarà il ruolo della nascente industria editoriale, cui fornivano alimento il rinnovato fervore degli omaggi poetici alla duchessa e, su altro versante, gli studi antiquari, già ampiamente praticati in passato.
Nella capitale si tentava di ripetere il fasto della tipografia bodoniana, pur se si faceva strada una necessità di adeguamento a strategie meno elitarie; nella periferia si ampliavano, per contro, i margini di manovra per stampatori più spregiudicati, che riproponevano con grande tempestività (e in versione economica) opere famose apparse altrove, sfruttando l’assenza di una legislazione sulla proprietà letteraria. Nel trentennio ludoviciano risultavano attive più di venti sigle editoriali a Parma, una decina a Piacenza e altrettante, spesso effimere, nei centri minori, con una produzione particolarmente ricca in anni cruciali come il 1816 (l'arrivo della duchessa), il 1821 (l'attività cospirativa, la morte di Napoleone), il 1849 (gli avvicendamenti dinastici) e il 1859, quando la pubblicistica civile, dapprima pressoché assente, prese il sopravvento con libelli e opuscoli sulle vicende militari, sui protagonisti della politica, su eventi di particolare risonanza.  Le occorrenze significative come l'«Essay on man» di Pope tradotto da Michele Leoni nel 1819; i «Doveri degli uomini» di Silvio Pellico, vero caso editoriale del 1834, quando ne apparvero circa quaranta edizioni, due delle quali a Parma; le «Ricerche intorno alla natura dello stile» di Cesare Beccaria, nel 1844) si disperdevano tuttavia nell’affollarsi di composizioni encomiastiche, versioni di classici, opere di poeti della vecchia scuola come Angelo Mazza o di eruditi di notevole valore come Michele Colombo.
 Non meno importante fu l’attività di istituzioni educative, accademie, collegi, come la Società storica parmense e il Gabinetto letterario fondato nel 1826 da Francesco Pastori, poligrafo e patriota, al quale si deve anche il primo bollettino di informazione libraria, pubblicato con cadenza quindicinale nel 1828-29 presso la stamperia di Pietro Fiaccadori, il più importante tipografo-editore attivo a Parma in quel periodo. Il Fiaccadori, che per oltre quarant'anni avrebbe dominato la scena, e gli altri stampatori ducali furono attenti alle esigenze della committenza ecclesiastica, cortigiana e scolastica, presentando opere di indirizzo liturgico-devozionale e di storia (la prima edizione della «Cronica» di Salimbene nel 1857, le «Memorie degli scrittori parmigiani» e la «Storia di Parma» del bibliotecario Angelo Pezzana), ma anche almanacchi e manuali di agricoltura e di medicina popolare.
In tale contesto di letteratura socialmente istruttiva, che non escludeva la ricca tradizione dialettale, trovarono spazio autori come Carlo Malaspina, compilatore del settimanale "Il Facchino" (1839-45) e del Vocabolario parmigiano-italiano, e Domenico Galaverna, con il lunario del "Battistèn Panäda", pubblicato annualmente dal 1852 ai primi del Novecento. Nella periferia del ducato, vivacizzata dalle istanze di progresso civile e culturale propugnate dal Giordani, operavano letterati che a quel magistero si richiamavano. Ma colui che dominò la vita culturale del ducato fino al 1848 fu appunto il Giordani, già funzionario napoleonico e autore di un «Panegirico» di Napoleone che, nel 1807, aveva esaltato non il condottiero (secondo la tendenza comune), bensì il lungimirante propugnatore di un nuovo sistema di legislazione. Spesso criticato per l’apparente contraddizione tra le istanze di un pensiero avanzato e la pratica aristocratica della lingua, Giordani si oppose sempre ai governi assoluti, che più volte lo presero di mira con provvedimenti punitivi.
 Risale al 1838 un libello di veemente polemica, «Il peccato impossibile», forse l’opera più fieramente antioscurantista del secolo, pubblicata postuma nel 1862. Il pamphlet prendeva di mira il nuovo vescovo di Fidenza, l’ungherese Jànos Neuschel, il quale nel 1837 aveva elencato, fra i peccati che cadevano sotto la sua diretta giurisdizione, il "concubito" diabolico, essendo a suo dire il demonio capace di manifestarsi sotto attraenti sembianze umane; cosa che scatenò lo sdegno di Giordani, offeso da quel ritorno di tenebre medievali. A differenza di altri conterranei, che avevano esercitato altrove la loro militanza intellettuale, Giordani aveva dunque fatto coincidere con il ritorno a Parma l’inasprirsi del suo radicalismo illuministico, contrapposto a una cultura ancora segnata da pregiudizi e sterile culto di memorie lontane.
WILLIAM SPAGGIARI
 

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