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Arte-Cultura

Pardini alle redini di Balio

Pardini alle redini di Balio
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 di Camillo Bacchini

Un romanzo di Pardini va aperto con cautela. Potrebbe capitare di precipitarvi dentro, attratti dalla forza di gravità prodotta dall’energia della scrittura, trascinati per il bavero da un personaggio, o risucchiati da un cortocircuito temporale. In quest’ultimo romanzo, «Il postale», in libreria per i tipi di Fandango (205 pagine, 15 euro) - ad esempio, fin dalla prima pagina, potreste rischiare di vedere con indelebile nitidezza una diligenza. Un cavallo nero. Un postiglione. Poi un percorso, come un pendolo, tra la alta valle del Serchio e la città di Lucca. Ed eccovi subito ribaltati in un altro periodo, tra la fine dell’Otto e il primo dopoguerra. Liberio, il cocchiere della suddetta carrozza, acquista alla fiera - da individui dall’aspetto antico - che l’autore preleva direttamente dal mondo della fiaba, o dai libri sacri - un cavallo di nome Balio; messo al traino della diligenza-postale, Balio, con Liberio, viaggerà tra le insidie dei briganti, del clima, ed in corsa col tempo. Ma chi è veramente Balio? Da dove proviene? Balio, così forte, ribelle, veloce; sensibile, intelligente, istintuale ed infallibile conoscitore del bene e del male? E perché non invecchia mai? Lo sguardo, umano. E ancora: quali mai straordinari personaggi salgono sul postale di Liberio, proprio dopo il suo neoacquisto-adozione? Mentre i portelli del postale si aprono, provocando nei lettori una vera e propria meraviglia di stampo felliniano, per far salire Pascoli, Puccini, Santa Gemma Galgani, e quant’altri, il paesaggio scorre veloce, e scivola al ritmo dell’Italia che cambia, sferragliando insieme al calesse verso il tracollo del primo conflitto e al contraddittorio suo dopoguerra, mentre Pardini tratteggia la natura a colpi di macchia, come la pittura tosca dell’Otto: «La Pania, immensa sagoma scura, si stagliava nel cielo» e ancora: «grandi nubi s’ammassavano in cielo e gli intonaci, i selciati e gli stallaggi divenivano un unico, greve odore». Più macchiaiolo dunque in questo romanzo che impressionista, nel linguaggio pure toscaneggia, e lo fa con le consuete sue dosate inserzioni, prelevate dalla stratificazione linguistica del «milieu» locale con carotaggi degni d’un geologo. Balio gareggia col treno, sfidando il destino tecnologico dell’Italia; cerca di sfuggire alla piena del Serchio, correndo più veloce dell’acqua. Cavallo autore di monte bibliche, di fughe selvagge, di imprese audaci, accompagna la vita di Liberio, che vede nascere il proprio figlio, lo vede crescere e partir per la guerra. Tornerà? Ancora una volta, Balio si rivelerà indispensabile, Balio, un dono magico come, nelle fiabe, ricevono solo i protagonisti ad inizio racconto. E proprio un’intimità di fiaba - degna forse solo di certi quattro e cinquecenteschi «Riposi durante la fuga in Egitto» - lo scrittore ricrea al bagliore della luna, quando, con Balio, Liberio e sua moglie viaggiano alla volta del Carso, alla ricerca del figlio. Come sempre nei racconti del Nostro, gli animali conservano quell’autenticità atavica che manca agli uomini, così pseudo progrediti quanto carichi di «ubris». Leggendo queste pagine, ancora una volta memorabili di Pardini, viene da pensare, vista la nettezza degli stimoli che il suo racconto emana, che lui, un postale, l’abbia visto davvero, di recente. Ci abbia girato intorno, lo abbia squadrato; forse, ci è anche salito. Avrà toccato i rivestimenti, constatato la conservazione. Poi, lo avrà sentito muoversi, avrà sentito pure lo zoccolare del cavallo, le urla del postiglione, lo schiocco della frusta. Avrà rivisto un mondo perso per sempre, un mondo che oggi riecheggia in parte in angoli sperduti d’Italia; più che sperduti, in disparte. Viene da pensare, cioè, che abbia sentito la necessità, lui, oriundo della valle del Serchio, ex abitante solitario della Garfagnana, accerchiato da un mondo che non riconosce più, aggredito da metastasi di cemento, così anti-epico, vile, meschino, ipocrita, abbia sentito, si diceva, la necessità di spostare il tempo, per ritrovare (e raccontare) le origini perverse d’un cambiamento, quello del modernismo, che ha cominciato a strappare, forse definitivamente, l’uomo dalla sua madre, la Natura. Ma c’è dell’altro: mentre Pardini fa compiere al postale-macchina del tempo un salto all’indietro, facendo sfilare una passerella di personaggi storici - ognuno dei quali sottoposto ad un giudizio che non suona a posteriori - ne fa compiere uno anche nello spazio, sino in America. In uno straordinario flashback narrato da un avventore d’una locanda toscana, una carrozza analoga, al di là dell’Atlantico, aveva condotto una vecchia conoscenza del lettore di Pardini: il pistolero tosco americano Jodo Cartamigli, di cui l’excursus narrativo ricorda alcune prodezze. Vestito di bianco, veloce con il revolver, sicuro di sé, Cartamigli - lui sì eroe dei due mondi - rappresenta in chiaro l’eroe epico di cui il mondo avrebbe bisogno, Balio l’eroe in scuro. Che siano o meno due facce della personalità dell’autore, solare e notturna, umana e animalesca, razionale e viscerale, la loro provenienza, il loro apparire e sparire d’improvviso, la loro quasi indiscussa immortalità, la loro appartenenza ai miti della penna pardiniana, ci fanno sentire ancor più la loro mancanza nel mondo reale. 
Il postale - Fandango, pag. 205,  15,00
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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