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Un sonno senza sogni

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 Marta Silvi Bergamaschi

S’udì la campana suonare in modo quasi di gloria; la madre alzò di scatto la testa, un lungo brivido la percorse. Il suono ora si era fatto azzurro, sottile, melodioso. Mio Dio, pensò, è morta una bambina. Strinse a sé Lucia, sua figlia, senza nulla dire. Riprese a sfaccendare in casa con gesti disarticolati, distratti. Arrivò il padre e gli chiese: «Sai niente? Le campane hanno annunciato la morte di una bambina».  La frase ingigantì nella mente di Lucia: sei anni sono pochi per capire che cosa è la morte.
La frase perse infatti la sua nera tunica, rimase così: morta bambina. Le due parole riempirono il cielo primaverile come due foschi uccelli. Non si muovevano affatto: le loro ali s’aprivano voluminosamente pelose, i loro becchi adunchi suggerivano un ghigno. Nel cuore di Lucia si scavò un piccolo foro dove il sangue pulsava furibondo. 
Lucia prese la porta di casa, fu sulla contrada. Corse nel sole. Vide, in fondo al paese, un capannello di gente silenziosa. 
Si fece largo tra gambe lunghe e sottane scompigliate. Nessuno le badava.  Era dove vendevano la frutta. La frutta era scomparsa. Se ne sentiva l’odore acidulo, misto all’intenso profumo dei gigli. Il portone era chiuso. 
I gigli non si vedevano, eppure erano passati, bianchi e miti come angeli. Quando aprono il portone, chiese qualcuno. Stanno finendo di vestirla, rispose una voce. Aveva appena tre anni, tremò con le labbra una vecchietta. Sul paese s’adagiava un sole ossessivo, primaverile: inondava i portici e dilatava il colore cupo del portone chiuso. 
Lucia ricordò improvvisamente la bimba: tonda e traballante, allegra come una palla, un dolce viso rosa, i ricci biondi che saltellavano come serpentelli sulle minuscole spalle, quando la piccola giocava solitaria davanti al negozio di frutta. Lucia un giorno si era fermata. 
La bimba giocava con due tappi, seduta sui mattoni, davanti al negozio. «Ti chiami Iole, è vero? Che cosa fai con due tappi» chiese Lucia. «Sono due bei topolini - rispose la bambina - ora stanno mangiando pezzetti di luna. La luna, ha raccontato la mia nonna, è una forma saporita di formaggio, tirata su nel cielo da un gigante».  
Lucia rise: mica poi tanto, perché quella storia del gigante l’incuriosiva. «Figurati!» disse. Iole non capì quel «figurati» e continuò a giocare. E’ tutta una finzione, pensava ora Lucia, tutta questa gente gioca alla morte, anche mia madre ha giocato alla morte. La morte non esiste, è soltanto un sogno lontanissimo, una specie di nero disegno dipinto da un uomo cieco. 
Davanti al portone, davanti ai portici che s’erano fatti muti, gemeva un piccolo cane bastardo: «E’ il suo cane», disse qualcuno. Si cercò di allontanarlo, ma il cane digrignò i denti. Quando il portone si aprì, fu il primo a entrare e, nascosto da qualche parte, prese a lamentarsi, un lamento sommesso, insistente. La stanza era tappezzata di bianco, gli occhi ne furono abbagliati. Bianca era la piccolina distesa su un basso lettino: il vestito candido di pizzo, le calze bianche, le scarpette bianche, un nastro di gro squillava sui capelli come una grande farfalla. 
Le manine di cera stavano incrociate sul petto, il viso sorrideva, una virgoletta di sorriso agli angoli della bocca. Lucia le si accostò. «Lasciatela fare - bisbigliò una voce -  deve soltanto capire che cosa è la morte». Le fu accanto, le gambe tremanti, il cuore in gola. La chiamò: «Iole, svegliati. Non giocare più. Il gioco è finito».  
S’udì un pianto sommesso tra le persone. Lucia allungò una mano e carezzò le gote, le sentì dure e gelide, due pezzetti di marmo estraneo alla vita. Si girò e disse: «Ha freddo, occorre scaldarla. Non è affatto morta. E’ bella e sorride. Giocava con pezzetti di luna caduti dal cielo. Voi siete grandi, non capite che la morte è una finzione. Non capite niente, proprio niente». 
 Il suo parlare si era fatto duro, preciso, anche le lacrime che sentiva in gola erano sassi fermi, senza vita, che pesavano. «Occorre portarla via» disse qualcuno. Lucia recalcitrava come un gatto impazzito. «Ciao Iole»  sussurrò pianissimo. Un saluto dolcemente disperato. La presero in braccio e la condussero a casa.  La madre  la strinse a sé, muta. 
Dopo un lungo silenzio,  Lucia chiese: «Dimmi che cos’è la morte». 
«E' un lungo sonno senza sogni, è una finestra aperta sul balcone dell’eterno. La  morte, figlia mia, fa parte della vita». 
«E’ orribile - rispose Lucia - e la vita… la vita è misteriosa e crudele: è un mortale inganno». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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