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Arte-Cultura

Rose, un fiore nel deserto della vita

Rose, un fiore nel deserto della vita
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di Lisa Oppici
Chi ti credi di essere? È come se glielo chiedessero tutti, a Rose. Per tutta la vita. Fin da bambina. Da quando vive un tran tran che non la soddisfa affatto a West Hanratty, Ontario, piccolo paese di provincia nella cupezza della depressione, a quando (forse) ha la risposta e trova il coraggio di tornare a casa e di chiudere il cerchio con il passato, riconciliata (forse) con se stessa e gli altri. Proprio per questo Alice Munro non poteva scegliere altro titolo per una raccolta di racconti tutta incentrata su Rose, che la scrittrice canadese «segue» passo passo per una quarantina d’anni. Dall’infanzia alla «fuga» a Toronto, dall’umile famiglia del paese natale al matrimonio con un giovane ben più ricco conosciuto all’Università, alle diverse «storie» che la donna attraversa dopo il divorzio. Da West Hanratty a West Hanratty: perché alla fine è lì che torna, Rose. A ritrovare la matrigna Flo, ormai anziana: la donna pettegola, sciatta, ignorante e volgarotta che il padre ha sposato alla morte della moglie e che ha fatto da madre a Rose, che l’ha «tirata su». L’altra protagonista del libro, Flo (non a caso il titolo dell’edizione americana è «The Beggar Maid. Stories of Flo and Rose»): quella da cui Rose vuole scappare ma dalla quale alla fine torna, quella che per lei è pur sempre uno specchio, quella che nel bene e nel male ha comunque contribuito a formare la sua identità e a costruirne complessità e contraddizioni. E in effetti, a ben vedere, questa straordinaria raccolta di racconti – che di fatto diventa un vero e proprio romanzo – non è altro che una delle variazioni di Alice Munro sul tema della donna: una sua meticolosa perlustrazione dell’universo femminile. Raccontato nei dettagli, indagato nell’intimo, scrutato nelle contraddizioni che spesso lo caratterizzano. Ascoltato con un’attenzione profonda, non banale, e mai maniacale. «Rose aveva sempre pensato che un giorno sarebbe successo, che prima o poi qualcuno l’avrebbe notata e amata perdutamente, senza riserve. Al tempo stesso era convinta dell’esatto contrario, che nessuno l’avrebbe voluta mai e, fino a quel momento, era stato così. [...] Rose si guardava allo specchio e pensava: moglie, fidanzata. Che belle parole dolci. Come potevano adattarsi a lei? Era tutto un miracolo; tutto uno sbaglio. Era quello che aveva sognato; non era quello che aveva desiderato». È, questo libro (che Einaudi ripropone ora a oltre trent’anni dalla pubblicazione originale e che ha fatto vincere all’autrice il primo dei suoi tre Governor General’s Literary Awards), la testimonianza più piena, eloquente e feconda della scrittura della Munro: della sua attenzione ai dettagli, della sua conoscenza della provincia (di quelle atmosfere) e di chi la popola, della sua capacità di «entrare» nei personaggi. Un saggio di scrittura (Alice Munro rimane tra le più grandi autrici di racconti del nostro tempo) che anche oggi mantiene intatto tutto il suo vigore.
Chi ti credi di essere
Einaudi, pag. 280,19,50

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