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Giovanni Faraboli, mezzo secolo di lotte

Giovanni Faraboli, mezzo secolo di lotte
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 Il 7 febbraio 1953, un lento corteo di automobili scure si mosse da Parma per le strade della Bassa fino a Fontanelle, accompagnando la salma di Giovanni Faraboli, la "chiara e onesta faccia" - come lo definì il suo conterraneo Giovannino Guareschi - che, pur essendo stato tra i protagonisti della storia del movimento operaio parmense, tre giorni prima era morto in solitudine all’Ospedale degli Incurabili.  

Bracciante tra i braccianti, Faraboli aveva concepito, per tutta la vita, il socialismo come un’attività per realizzare passi concreti nel processo di emancipazione dei lavoratori e con questa visione rigidamente pragmatica cercò sempre di costruire non solo forme di resistenza alle ingiustizie della società borghese, ma luoghi e reti economico-sociali che concretamente anticipassero un futuro mondo di liberi ed eguali. 
Il suo sogno fu quello di una "cooperazione integrale", una rete economica nelle mani dei lavoratori, alternativa e competitiva con le regole di mercato dettate dagli agrari, fatta di cooperative, consorzi, spacci e laboratori, dove il lavoro fosse equamente pagato, i prezzi sotto controllo e i profitti reinvestiti in beni sociali. E su questo sogno egli fondò la sua instancabile attività di dirigente politico, sindacalista e cooperatore, prima nell’Italia liberale e poi nell’esilio francese durante la dittatura di Mussolini, fino all’adesione, ormai anziano, al Partito socialdemocratico. 
  Gli oltre cinquant'anni della sua vita politica e sindacale, dunque, possono essere divisi in tre periodi. Il primo fu quello dell’attività nella sua terra d’origine, nelle campagne tra la via Emilia e il fiume Po, nelle terre bagnate dal Taro, dove braccianti e mezzadri mietevano frumento, mungevano vacche e insaccavano carne di maiale. Là era nato, aveva lavorato nei campi e nelle stalle, aveva conosciuto le prime forme di unione tra lavoratori. Là era stato riconosciuto dalla sua gente come degno di fiducia nelle lotte e nelle contrattazioni con i padroni. Insieme a quei volti conosciuti, a quei soprannomi di paese, costituì le prime leghe e le prime cooperative, dalle quali sorse l’articolato sistema di Fontanelle, intorno alla "Casa dei Socialisti" e alla Villa Rossa. Poi, però, le fiamme fasciste del 6 agosto 1922, con cui la violenza finanziata dagli agrari distrusse quell'"isola di socialismo", segnarono la fine di quell'esperienza di cooperazione e, insieme, una cesura nella sua vita, allora quarantaseienne. 
Senza nemmeno aver visto i resti di quel rogo, egli lasciò l’Italia per Tolosa, in Francia, dove ritrovò compagni e paesani che, come lui, sognavano di costruire un nuovo inizio alla propria esistenza, personale e politica. E con il gruppo dei socialisti parmensi ricominciò il lavoro da capo: nuove sezioni sindacali, nuove cooperative, nuove organizzazioni. 
L’ultima fase della sua attività politica iniziò dopo la guerra e la Liberazione quando, sebbene anziano, poté finalmente tornare in Italia. Le forze fisiche e l’intraprendenza erano però ormai venute meno e ciò che rimaneva - l’esperienza e la riflessione di un uomo del movimento operaio della prima metà del Novecento - poco serviva a comprendere le dinamiche della Guerra fredda, delle posizioni filosovietiche del socialismo italiano, del ruolo egemone ricoperto dal Partito comunista togliattiano.
 Il rientro e l’adesione alla socialdemocrazia di Giuseppe Saragat, stretto tra il blocco socialcomunista e quello democristiano, segnarono gli ultimi anni della sua vita di forzata solitudine e triste amarezza.  E l’oblio politico di quest’uomo d’altri tempi, esponente e portatore di una prospettiva politica ormai superata, continuò anche dopo la sua morte. 
A tenerne viva la memoria, seppur flebilmente, rimasero solo i forti legami comunitari costruiti nella sua lunga esperienza di dirigente; furono i suoi compaesani, coloro che lo conobbero, che ne apprezzarono il senso pratico e la capacità organizzativa, a volere un suo ritratto nella piazza di Fontanelle, un semplice busto di bronzo pagato con una colletta popolare e inaugurato da Saragat due anni dopo la sua morte, nel 1955.   A lungo, fino ad anni recenti, la memoria di Faraboli è rimasta confinata in quella comunità locale, in quel territorio dove visse e operò. Ma oggi, a sessant'anni dalla sua morte e in tempi di crisi funesta come questi, il pragmatismo di Faraboli e il suo sogno di costruire, qui ed ora, reti di solidarietà sociale ed economica tra i lavoratori sarebbero forse da ripensare, perché meno anacronistici di che quel che si pensi.
MARGHERITA BECCHETTI
 

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