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De Nittis, cantore del quotidiano

De Nittis, cantore del quotidiano
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di Pier Paolo Mendogni

E’morto giovane, a 38 anni come tanti altri grandi maestri della pittura, Giuseppe De Nittis (1845 – 1884) il cantore della vita quotidiana colta con occhio   acuto nella suggestione di ambienti intensamente poetici; l’italiano che a Parigi aveva  stregato i parigini tanto da essere definito da Léonce Bénédite «plus Parisien que tous les Parisiens» e che nel 1874 aveva partecipato alla storica prima mostra degli impressionisti nello studio fotografico di Nadar con Degas, Manet, Caillebotte. Una carriera brillante a Parigi e a Londra, la sua, apprezzato dai più noti collezionisti e richiesto dai maggiori mercanti come Goupil che nel 1871 gli faceva firmare un remunerativo contratto.
Quanto sia armoniosa, raffinata, sensibile la sua pittura trova ampia  manifestazione nella splendida mostra allestita a Padova a Palazzo Zabarella (fino al 26 maggio) intitolata semplicemente «De Nittis», curata da Emanuela Angiuli e Fernando Mazzocca che hanno raccolto 120 opere provenienti da musei, gallerie e collezioni private italiani e francesi e dalla Pinacoteca Comunale di Barletta sua città natale alla quale la moglie Léontine ha lasciato numerosi lavori. L’infanzia di Giuseppe - Peppino per gli amici – è stata dolorosa, segnata a 3 anni dalla morte della madre e a 10 da quella del padre, ricco proprietario terriero. A quattordici anni, insieme ai fratelli maggiori Vincenzo e Carlo, ha lasciato Barletta e si è trasferito a Napoli, dove entrava nell’Istituto di Belle Arti nonostante l’opposizione dei parenti. Ma il desiderio di dipingere era fortissimo e lo portava fuori dalle mura scolastiche per ritrarre la campagna, il cielo, la vita che ritroviamo nei primi dipinti del 1864, nelle stradine napoletane dagli intonaci stinti dal sole, nei vasti panorami pugliesi che De Nittis riesce abilmente a «catturare» in piccole tele: «Sulle rive dell’Ofanto» fra azzurri teneri d’acqua e di cielo sfilano lentamente buoi mansueti come il paesaggio.
«Il passaggio degli Appennini» - una sinfonia di umidi grigi cangianti dei riverberi luminosi filtranti tra le nubi che si specchiano sulla fanghiglia e le residue chiazze di neve – documenta una importante svolta nella vita dell’artista che, diventato maggiorenne, lascia i fratelli e il Sud per recarsi a Firenze e da qui a Parigi per tornare per alcuni mesi a Firenze, dove incontra il critico Diego Martelli e i macchiaioli. A Napoli tornerà per qualche tempo nel 1872, proprio nel periodo in cui ha eruttato il Vesuvio che egli ha ripreso in molte tele; e lì è nato il figlio Jacques. Il primo giugno del 1868 parte definitivamente per Parigi dove conosce Léontine Gruvelle che sposa nell’aprile seguente: un matrimonio d’amore che non conosce incrinature e in cui Léontine svolge un ruolo importante curando le relazioni sociali, cosicché sono rimasti famosi i sabati nella accogliente casa di De Nittis, dove si davano convegno Daudet, Degas, Manet, Caillebotte, Dumas figlio, Edmond de Goncourt per gustare i piatti di maccheroni preparati da Peppino, discutere con verve e ascoltare musica. E il solido tenore di vita borghese di Peppino e Titine si coglie nei loro ritratti: lui si presenta (1883-84) vestito alla moda nel salotto, vicino al camino, tra tappeti, cineserie, poltrone e sullo sfondo un luminoso salone; lei (1882), elegante nell’abito di seta con un ampio collo a scialle pieghettato e l’accurata acconciatura, è seduta in poltrona vicino a una finestra che dà sul giardino innevato.
Le donne dipinte da De Nittis appartengono alla ricca borghesia parigina, indossano abiti eleganti e costosi con graziose acconciature che valorizzano i loro volti seducenti di pallidi candori come la giovane «Signora in giardino» (1883) avvolta nel bianco spumeggiante dell’abito e del cappellino, l‘intensa «Figura di donna» che spicca, vestita di nero, tra un festoso tripudio di fiori, la misteriosa «Femme aux pompons», la spiritosa «Signora in giardino» (1882), dipinta a pastello, indossante un abito azzurro con una leggerissima  sciarpa bianca sullo sfondo di una fantasiosa, stenografica gamma di verdi che si mescolano ai gialli, agli azzurri, al bianco delle margherite con eccitata grazia. Ma c’è anche la Parigi della quotidianità di cui coglie la particolare atmosfera coi cieli pallidi che fanno da sfondo alle passeggiate lungo la Senna, al Bois de Boulogne e all’affannarsi quotidiano nelle   varie piazze. Di Londra sottolinea l’atmosfera grigia, caliginosa ritraendo episodi di cronaca spicciola in Trafalgar Square e altri luoghi e creando uno dei suoi massimi capolavori nella descrizione di Westminster che, ripresa da un ponte su cui sostano alcuni uomini che parlottano fumando, appare tra la nebbia rossastra nella maestosità misteriosa e informe delle torri e degli aguzzi pinnacoli. Tra i molti capolavori degli ultimi anni uno dei sommi è la «Colazione in giardino» (1883-84) dove l’artista cattura magicamente la luce che con eccezionale virtuosismo vivifica le ceramiche dei piatti e delle tazze, i vetri dei vasi e dei bicchieri, gli argenti delle posate, la freschezza delle rose candide, il disinvolto atteggiamento della giovane signora e del figlio, accarezzati dalla penombra delle fronde mentre osservano le bianche anatre che si muovono sul prato retrostante, in un verde lago di luce. Un incanto.

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