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Arte-Cultura

Il fico d'India e le onde del mare

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Marta Silvi Bergamaschi

Laggiù, proprio all’estremo Sud della penisola Salentina, Santa Maria di Leuca si affaccia tra l’Adriatico e lo Ionio. Per arrivarci si cammina e cammina attraverso una campagna dove il bianco e l’argento si confondono: bianche sono le case, d’argento gli ulivi. Il sole è tanto grande che pare cadere sulla terra da un istante all’altro.
Le cicale cantano impazzite di luce e i gelsomini dal profumo dolcissimo abbracciano le case. I trulli sembrano cappelli di paglia appoggiati sulla terra, le strade corrono dritte tra campi arsi e silenziosi. Ma il cielo ha il colore del fiordaliso e al tramonto, tra le palme misteriose brillano le tinte dei fiori: il giallo, il rosa, il rosso, il viola, l’arancio. Le Serre, lontane e basse, sfumano in una luce che le divora; poi appaiono le stelle e una luna che scintilla come un enorme diamante.
Ebbene, proprio laggiù, sulla punta del tallone, aggrappata a uno scoglio bianco di sale, viveva una pianta. Aveva tante braccia verdi che si specchiavano in mare; era tozza e carnosa. Una pianta esotica: un fico d’India, ma senza spini. I cladodi erano lisci come seta, di un verde glauco. Attorno a sé aveva il mare, anzi due mari: l’Adriatico e lo Ionio. Le onde s’incontravano proprio lì, davanti a lei. La videro e la salutarono: «Benvenuta», le dissero. «Grazie»,  rispose la pianta. «Ti piace questo posto?», chiesero le onde. «È bello -  rispose -  ha tanto azzurro intorno e tanto sole».  Le onde giungevano a volte fin sullo scoglio e la spruzzavano di acqua salsa, ma litigavano. «Andate via -  dicevano le onde dell’Adriatico -  siete così invadenti. Uscite dai vostri confini, non vedete?». «Non è vero -  rispondevano le onde dello Ionio - siete voi, piuttosto, così lunghe e maleducate, che spruzzate l’acqua del nostro mare».
«State buone -  diceva la pianta -  con tutto lo spazio che avete, non so proprio perché litighiate».  Le onde non l’ascoltavano e continuavano a borbottare giorno e notte, senza un attimo di tregua. S’azzuffavano come monelle e la luna le guardava con amarezza. Gli spruzzi arrivavano a tutte le ore e la pianta supplicava: «Ho freddo, per favore smettetela, mi bagnate quasi tutta».
 Le onde s’acquietavano per un istante, poi riprendevano a farsi i dispetti. Potenti e prepotenti, si sentivano, padrone del mondo. Un giorno sussurrarono le onde dell’Adriatico: «Questa pianta è nostra, voi non dovete toccarla. Osservate: si specchia soltanto nel nostro mare». «Che bugia - risposero le onde dello Ionio -  ha le braccia protese verso di noi, sembra voglia accarezzarci».  La pianta ascoltava in silenzio. «È vero che appartieni a noi?», dissero insieme le onde dei due mari. «Io sono del sole che mi scalda - rispose la pianta - mi annoiate con questi discorsi». 
Le onde non si offesero, anzi. Da quel giorno litigarono al punto che la pianta si stancò. Era sempre fradicia, aveva freddo. «Che tristezza - diceva - siete belle, ma troppo cattive».  Non la lasciavano più dormire. «Fossi nata tra gli ulivi -  diceva la pianta -  fossi nata lassù tra le Serre immobili o più lontano tra le verdi Murge o all’ombra di un carrubo frondoso».
 Era tanto stanca che credeva di morire. Il sole la vide e disse: «Stai tranquilla, ora ci penso io». Fece nascere sui cladodi verdi tanti spini gialli. Le onde vennero a trovarla, si punsero e piansero. «Lo avete voluto voi -  disse la pianta -. State buone, guardatemi soltanto». Le onde capirono. Da allora i due mari s’incontrano e parlano sottovoce, da allora i fichi d’India hanno gli spini. Il sole pensò: i due mari si credono ancora molto potenti; ma la potenza esiste davvero? Nell’uomo che, superficiale, avido e vanitoso, ha scarsa umanità? Mi sovvengono le parole di Macrobio: «Il potente non solo quando invita, ma anche quando prega, comanda».
Mala sorte della Terra, la più bella del mondo: è tutto un litigio, tutto un dire e non dire. Bisognerebbe che gli spini fossero figli dell’arroganza, dell’invidia, amiche nefaste del potere.
La saggezza dei grandi! Dice Cicerone: «Quanto più siamo in alto, altrettanto dobbiamo abbassarci verso i nostri simili». Un largo sorriso ironico illuminò la Terra che disse: «Per fortuna esiste il Sole che dall’alto, molto in alto osserva “l’aiola che ci fa tanto feroci”».

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