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Parma, dal Ducato all'unità

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Ubaldo Delsante

All’indomani dell’Unità d’Italia, come altre città della stessa ampiezza, ma anche più grandi, come Torino, ad esempio, Parma si trovò declassata al rango di capoluogo di provincia anziché di capitale, una petite capitale fin che si vuole, ma pur sempre sede di una sovrano, della sua Corte e di uffici governativi. Il luogo del potere, dunque, che si allontana: prima a Firenze e poi nell’ancora più defilata e impenetrabile Roma.
Questo il filo conduttore di un convegno che, in occasione del 150° anniversario della fondazione dello Stato unitario sotto i Savoia, si è svolto presso il Museo Archeologico di Parma nel dicembre 2009 per ascoltare le relazioni di una dozzina di studiosi, specialisti nelle più diverse discipline storiche, sotto gli auspici della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e del Comitato provinciale dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Ora, con il sostegno della Fondazione Cariparma, è uscito in sobria veste grafica il volume che riunisce buona parte dei contributi presentati al convegno, quale supplemento dell’Archivio Storico per le Province Parmensi, a cura dell’attuale presidente della Deputazione Leonardo Farinelli sotto il titolo: "1859, Parma dal Ducato all’Unità d’Italia".
Una carrellata dei ricordi visivi legati agli avvenimenti risorgimentali nella nostra città è svolta da Marco Pellegri attraverso stampe, dipinti, lunari e manifesti, dalla benedizione della bandiera della Guardia Nazionale in Duomo nei dipinti di Giacomo Giacopelli alla effimera costruzione in legno dell’Arco trionfale sulla strada ora Garibaldi, all’altezza della Pilotta, eseguita dal macchinista del Teatro Regio Gaetano Mastellari su progetto dell’architetto Ernesto Piazza e con le decorazioni di Girolamo Magnani, sotto il quale transitò il re Vittorio Emanuele II durante la sua visita a Parma nel maggio 1860.
Dei simboli dello Stato, cioè delle bandiere, delle coccarde, dei bolli, dei sigilli e di tutto ciò che si riferiva al sovrano e ai suoi uffici, e che rimaneva durevolmente nella memoria collettiva prima dell’arrivo del tricolore, si occupa Edoardo Fregoso, che ricupera le notizie direttamente dalle fonti normative preunitarie. Federica Ballucchi e Katia Furlotti esaminano gli ordinamenti pubblici amministrativi e finanziari dopo la bufera napoleonica, dunque nel periodo compreso tra il 1814 e il 1859, caratterizzato da numerose e profonde modificazioni col variare delle politiche perseguite dai duchi e dai loro ministri di Stato, tra i quali spiccano le figure di Vincenzo Mistrali e Antonio Lombardini. Un approfondito saggio è dedicato da Giorgio Sulpizi alla situazione dell’ordine pubblico e sulla consistenza delle forze armate all’atto dell’annessione al Regno di Sardegna, nonché sulle vicende seguite allo scioglimento dell’esercito e della gendarmeria ducali, e il conseguente allineamento nel nuovo esercito nazionale. Un passaggio che, a differenza di altre parti d’Italia, avvenne in modo civile senza fenomeni di insorgenze legittimiste.
Bianca Venturini illustra la figura del marchese Giuseppe Mischi, un piacentino particolarmente legato a Parma, dapprima patriota e poi senatore del Regno, utilizzando un ampio corpus di lettere autografe che raccontano, tra l’altro, gli ultimi drammatici momenti della partenza della duchessa Luisa Maria. Già direttore della Biblioteca Palatina, il curatore del volume, Leonardo Farinelli, si trova in una privilegiata posizione per delineare lo sviluppo della più importante raccolta libraria parmense attraverso le figure dei suoi principali responsabili, da Paolo Maria Paciaudi ad Angelo Pezzana per arrivare all’Unità, da Federico Odorici ad Angelo Ciavarella per giungere fino quasi ai giorni nostri.
Di un’altra prestigiosa istituzione parmigiana che trova posto in Pilotta, il Museo Archeologico Nazionale, si occupa Manuela Catarsi, che ne ripercorre in particolare la nascita dovuta alla scoperta di Veleia ed alle ricerche archeologiche conseguenti, valorizzate poi da Michele Lopez, direttore dal 1825 al 1867, dunque nel transito dal regime ducale a quello unitario. L'università parmense tra Restaurazione ed Unità è il tema trattato da Sergio Di Noto Marrella, mentre l’ordinamento scolastico generale nello stesso periodo, dal tempo di Maria Luigia alla legge Casati del 1859, è delineato da Giovanni Gonzi.
Una domanda fondamentale che si pone chiunque voglia approfondire il nostro Risorgimento riguarda l’atteggiamento della Chiesa e in particolare delle singole Diocesi. Ed è Pietro Bonardi a sobbarcarsi l’onere di indagare nei documenti dell’epoca le nostalgie ducali nel clero, lasciando intendere fin dal titolo del suo studio, "Oremus pro Imperatore nostro Josepho" (cioè Francesco Giuseppe), che non mancano le "avversioni serpeggianti tra il clero della campagna nei confronti del sovvertimento reale di una secolare alleanza tra trono ducale ed altare". Un clima ostile che induce il vescovo di Parma mons. Cantimorri e quello di Piacenza mons. Ranza a sottrarsi ad un eventuale incontro con il re, e spinge persino un sacerdote parmense ad apostrofare Garibaldi come un "farabutto mangiapreti". Oggi l’insulto fa quasi sorridere, ma allora, e per un bel po' di anni, questo atteggiamento scaverà un solco profondo non solo tra i cattolici e i laici, ma anche all’interno dello stesso mondo cattolico.
Tra gli uomini di cultura parmigiani, che si occupano anche di politica spinti dal dovere e dal senso di servizio in favore della città, un posto di rilievo occupa il conte, poi senatore, Filippo Linati, che era cresciuto in una famiglia di patrioti quali l’omonimo nonno, membro del governo provvisorio nel 1831, e il padre Claudio, che morirà esule in Messico. Nella fase di passaggio dal Ducato all’Unità Linati ha un ruolo non secondario nel panorama cittadino e, tra l’altro, pubblica un’approfondita analisi critica del sistema scolastico del suo tempo. È il primo presidente della Deputazione di Storia Patria che nasce proprio in quel torno di tempo. Di lui si occupa, con un ampio profilo, che attinge anche alle sue memorie autobiografiche, Luisella Brunazzi Menoni. Conclude il volume un rapido racconto, ad opera di Corrado Camizzi, delle fasi politiche e militari che portano alla "Fine di un ducato", quando, quasi spontaneamente, si rompe il filo di solidarietà che aveva fino a quel momento unito la popolazione alla dinastia borbonica.

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