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Anni '20 e '30: forme ritrovate

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Pier Paolo Mendogni

Quella in corso ai Musei San Domenico di Forlì è più di una mostra d’arte, è l’immagine di un momento storico dell’Italia, del suo modo di esprimersi attraverso la pittura, la scultura, l’architettura, la moda, gli arredi, il design, la pubblicità in quel periodo che va sotto l’etichetta di «Novecento», come si intitola la rassegna (aperta fino al 16 giugno) che racconta «arte e vita in Italia tra le due guerre». Ossia prevalentemente durante il periodo fascista, anche se il curatore Fernando Mazzocca tiene a puntualizzare che il cosiddetto «rappel à l’ordre», ritorno allo stile classicista – che caratterizzò appunto Novecento - venne sostenuto da Jean Cocteau e aveva trovato applicazione già in numerosi grandi artisti fra cui Picasso di cui viene presentato il celebre capolavoro della «Grande Baigneuse», realizzato tra il 1921-22. Fernando Mazzocca coi suoi collaboratori e col valido sostegno di Gianfranco Brunelli è riuscito a raccogliere ben 500 opere: un numero che da solo rende l’idea della complessità, della varietà e della grandezza della rassegna che scandaglia a fondo gli Anni Venti e Trenta. Picasso è l’unico artista straniero presente per indicare la dimensione europea che il movimento inizialmente ha avuto e che in Italia si è sviluppato guardando al Rinascimento come attesta in apertura del percorso la giovane signora (Silvana Cenni) vestita di bianco, ritratta da Casorati nel 1922 con aria sognante e sullo sfondo una piazza geometricamente scandita come quella della «Città ideale» di un anonimo autore tardoquattrocentesco e quella metafisica di De Chirico. Le opere più legate direttamente alla propaganda o all’espressione fasciste sono raccolte nella parte iniziale. Cesare Sofianopulo (1928) celebra Mussolini come condottiero con spada e corazza; Plinio Nomellini (1930) racconta la rivoluzione fascista con balilla e avanguardisti; Primo Conti (1929) presenta Mussolini a cavallo, novello Garibaldi; Adolfo Wildt scolpisce nel marmo la maschera di Mussolini dalle «mascella quadrate stritolatrici». Libero Andreotti e Arturo Martini plasmano le allegorie della Vittoria che sorregge l’eroe e della Fede e la luce. Ma ci sono anche Rosai che descrive con occhio ironico le adunate (1933) e Mino Maccari che narra con sarcastiche caricature le sventure mussoliniane del ’43. Al di là dei contingenti motivi propagandistici, la cultura del paese si indirizzava verso temi nuovi che si dibattevano negli anni Venti nel salotto milanese di Margherita Sarfatti (ritratta da Funi con la figlia Fiammetta), amica del Duce e musa ispiratrice di molti artisti, mentre nel decennio successivo era lo scrittore Massimo Bontempelli a calamitare l’interesse intorno al realismo magico. Temi che coinvolgono anche l’architettura avviata con Marcello Piacentini, Pier Luigi Nervi, Cesare Bazzani sulla strada del razionalismo coi grandi progetti di edifici pubblici che prevedono anche pareti affrescate e sculture monumentali: così vengono esposti modelli di grandi opere e i bozzetti per le parti decorate. E il razionalismo coinvolge anche le arti decorative, i mobili disegnati dagli stessi architetti con uno straordinario equilibrio fra le forme e le decorazioni ornamentali firmati da Vittorio Zecchin, Duilio Cambellotti, Marcello Piacentini, Giò Ponti, Franco Albini. Nella pittura solo Giacomo Balla, che celebra le imprese di Italo Balbo, Gerardo Dottori e Tullio Crali con l’aeropittura recuperano le dinamiche futuriste per mostrarci visioni paesaggistiche dall’alto e slanci suggestivi. Gli altri artisti a volte illustrano le politiche del regime come nell’Italia corporativa di Sironi e nella Giustizia Corporativa di Arturo Martini, ma più di frequente esaltano i grandi miti del lavoro, come Sironi, Funi. Marussig, Carena, Lorenzo Viani. Quando si sale al primo piano si è subito catturati dalla meravigliosa «Coppa delle Fedi» di Giò Ponti e Fontana in cristallo nero e vetri incisi, alta oltre un metro, preludio a una serie di capolavori che coinvolgono i maggiori artisti dell’epoca quali De Chirico, Severini, Casorati, Campigli, Carrà, Sironi, Guidi, Soffici, Cagnaccio di San Pietro, Oppi, Guttuso, Capogrossi, Annigoni, Cagli, Fausto Pirandello, Funi, Donghi, Sciltian, Borra, Messina, Manzù, Martini, Andreotti e tanti altri. E il clima dell’epoca si coglie ancor più nelle altre espressioni estetiche: nei manifesti che propongono la nuova Balilla, i cappelli Borsalino il bitter Campari, il caffé Illy, la marsala Florio, i coturni di Ferragamo; negli abiti da sera in chiffon di seta, in velluto operato; negli abiti da giorno, camicette; nelle scarpe da sera; nelle terraglie; nelle ciotole e coppette in agata, perle, coralli; nelle radio; nelle riviste patinate; nei soprammobili. Non si possono però non citare alcuni splendidi lavori tra cui  la dolcissima «Maternità» di Gino Severini, una rapsodia di morbide variazioni tonali; la monumentale Madre con figlioletto di un Carrà (1934) non immemore di Picasso; la limpida «Giovane sposa» di Ubaldo Oppi (1923) inserita nella magica fissità di una piazza. La donna è vista come madre, ma anche come femmina seducente che mostra il suo corpo nudo (Casorati, Cagnaccio, Ram, Carena), la sua eleganza e ambiguità (Ferrazzi, Oppi). L’uomo, inece,  è visto soprattutto dagli scultori nella solida virilità giovanile attraverso la pratica dello sport: calciatori (Drei), pugili (Messina), discoboli (Canevari). Non tutti però condividono questo clima di rasserenante positività. Giacomo Manzù riscopre il dolore nelle Crocifissioni mentre Renato Guttuso nella drammatica «Fuga dall’Etna» (1940) sembra preannunciare il tragico destino di tanti italiani nella sciagurata guerra dichiarata lo stesso anno.

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