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Il "classico" surrealismo di Delvaux alla Magnani Rocca

Il "classico" surrealismo di Delvaux alla Magnani Rocca
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Nicoletta Castagni

Scandaloso affabulatore dell’inconscio, intrigante creatore di atmosfere da sogno, Paul Delvaux è al centro di una grande mostra che si apre il 23 marzo nei bellissimi spazi della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma). Esposte 80 opere del maestro belga, tra i protagonisti del Surrealismo, nonostante egli stesso l’abbia sempre negato. Un enigma che in realtà è il tema stesso della mostra anche grazie al confronto con gli altri esponenti più famosi del movimento: Magritte, Max Ernst, Man Ray e De Chirico.
Intitolata 'Delvaux e il surrealismò, l’importante esposizione è stata curata da Stefano Roffi in collaborazione con il Musee d’Ixelles-Bruxelles e si avvale del sostegno di Fondazione Cariparma e Cariparma Credit Agricole. Il percorso sviscera la produzione di Delvaux secondo le tematiche da lui sviluppate nella lunga carriera: il paesaggio, l’enigma della ferrovia, l’eterno femminino, le coppie, la classicità, gli scheletri. Spesso dominate da baluginanti nudità, da scene spiazzanti, oniriche, spettrali, le tele dell’artista hanno destato non poche polemiche, fino alle estreme conseguenze.
Come nel caso della retrospettiva di Ostenda del 1962 (che tra l'altro lo consacrerà sul piano internazionale), che fu vietata ai minori di 18 anni. Oppure la Biennale di Venezia del 1954, che il patriarca, futuro papa Giovanni XXIII, proibì ai preti in quanto molta di quella pittura avrebbe potuto turbarli.
Artista dunque estremamente discusso, Delvaux ha trovato fonte d’ispirazione in quelli che lui considera i suoi mentori, Giorgio De Chirico, il metafisico faro per i surrealisti che lo «mette sulla strada giusta», e Renè Magritte, con lui il maggiore pittore belga del '900. Ma Delvaux ha sempre negato la sua reale adesione al Surrealismo, il movimento d’avanguardia nato nel 1924 col Manifesto di Andrè Breton, che, con un occhio a Freud, elevava il sonno a stato di coscienza e realtà.  
Del resto Delvaux si definiva 'realista poeticò, ma la sua sensibilità non poteva non incontrare l’innovazione di Magritte, Max Ernst, Man Ray, con cui partecipa a 'L'Exposition Internationale du Surr‚alismè, svoltasi a Parigi nel 1938, in un incontro artistico fra i più sorprendenti del XX secolo. Delvaux era già rimasto profondamente dai loro lavori presentati nella mostra 'Minotaurè, tenutasi al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles quattro anni prima. Dal '34, dopo un periodo improntato a riprese impressioniste ed espressioniste in paesaggi e figure umane, l’artista belga conferisce infatti alla sua arte una fisionomia definitiva costruendo una dimensione onirica perfettamente plasmata, esito della fusione dello spazio metafisico di De Chirico coi brani di spaesamento propri di Magritte.
La risultante emblematica che si impone nelle sue tele è dunque un’immagine femminile dal corpo infuso di mistero, diafano e spettrale nella sua nudità quasi fosforescente, talora coinvolto in sorprendenti metamorfosi e collocato in luoghi irreali, dove architetture dell’antichità classica convivono con reperti della modernità, come treni e stazioni. Creature arcane, costrette in una sorta di limbo tra sogno e mitologia, queste donne dai grandi occhi sgranati sul vuoto ricordano i nudi di Modigliani ed esprimono, a dispetto di tanto scandalo, una sensualità congelata.
In definitiva, secondo Roffi, Delvaux, pur negandolo, pratica una specie di paradossale surrealismo classico. Non ci sono, nelle sue opere, quelle deformazioni mostruose di tanta pittura surrealista, nè il proliferare di anatomie stravolte, piuttosto la sua poetica si manifesta col tono di una fiaba, con una placida normalità che tocca corpi, spazi, prospettiva. Ecco però che qualche incongruità, qualche falla emerge, e un vento lieve di follia rende tutto strano e straniante. Quella che a prima vista poteva sembrare una realtà riconoscibile si trasforma in un pacato enigma, senza che chi guarda sia in grado di capire il nonsenso. Lasciando in ogni quadro, come in de Chirico, la percezione di una mancanza, una piccola nostalgia.

 

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