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D'Annunzio, il Vate inimitabile

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 di Giuseppe Marchetti

Ancora oggi, a centocinquant'anni dalla nascita, il nome e l'opera di D'Annunzio creano ammirazione e disagio. La prima viene sentita quale riconoscimento dovuto ad uno dei maggiori e più imprevedibili poeti europei del Novecento. Il secondo nasce, invece, dall'eccezionale carnalità e insieme spiritualità quasi metafisica del suo messaggio esistenziale: la vita come incessante capolavoro riassunto nel motto «Io ho quel che ho donato». In realtà, dopo un secolo e più di letture dannunziane e dopo infinite analisi della sua ostinata amalgama di spirito e materia, ci ritroviamo ancora stupiti che questo misterioso motivo «inimitabile» di avventura terrena funzioni come uno scandalo meraviglioso. Scandalo di memoria, scandalo di poesia,  scandalo di suggestione quasi santificata e santificante, scandalo della parola che si trasforma, si contorce, si spegne e si riaccende sino a brillare e a illuminare l'arte di una poesia che non ebbe e non ha eguali. Sia detto con molta semplicità e onestà: non ha eguali. Da Pescara, dalla provincia, dai riti religiosi e magici di un cristianesimo che ancora vibra di contenuti pagani e paganeggianti abilmente trasformati in un modello d'esaltazione e di preghiera, D'Annunzio passa  senza esitazioni a definirsi quale artista che cerca di raggiungere il mito del superuomo sotto l'egida di una personale e drammatica lettura di Nietzsche, e come tale, cioè come eroe, affronta l'esistenza cercando di piegarla ai propri voleri.
Sarà poeta, sarà Comandante e uomo di governo, sarà principe dei salotti, sarà giornalista di metodo e d'invenzione, sarà l'autore de «Il piacere», de «Il fuoco», delle «Laudi», dell'«Alcyone», del «Notturno»: uomo di pace e di guerra, di sesso e di battaglia, di storia e di incanti. Sarà amico di Robert de Montesquieu che lo lega a Proust, di  Isadora Duncan, di Romaine Brooks la Cinerina poi del «Notturno». Sarà infine il voluttuoso francescano del Vittoriale, l'amico e il nemico di Mussolini, l'ammiratore di Verdi e di Pascoli, degli antichi sapienti autori. Di quale altro scrittore e testimone del suo tempo si potrebbe dire altrettanto? La sterminata bibliografia sta lì a dare conto dell'interesse che il piccolo e bruttino scrittore abruzzese sollevò sino dagli ultimi decenni dell'Ottocento quando da noi regnavano gli scapigliati, Verga, De Roberto, Pirandello, il primo Svevo quasi ancora ignoto, e il Manzoni già abbondantemente santificato. Superò tutti di slancio, non si fece scrupoli, sondò l'animo umano nelle sue pieghe più riposte affidandone la descrizione all'esaltazione della parola precisa, inquieta, allusiva ed evocatrice. Proprio cento anni fa, Alfredo Gargiulo, nel saggio che per primo svelava compiutamente ai lettori la complessa individualità del poeta, scrisse che egli assomigliava al suo Giorgio Aurispa: «Vide se stesso, nel futuro, legato a quella carne come un servo al suo ferro, privo di volontà e di pensiero, istupidito e vacuo; e la concubina sfiorire, invecchiare, abbandonarsi senza resistenza all'opera lenta del tempo». Identificazione perfetta, inesorabilmente vera. D'Annunzio «innocente» e «l'inutilmente buono», «l'Immaginifico» e la «Sirena del mondo»: non si finirebbe più di citare, sino al parossismo perché «tanto è severa la disciplina del mio spirito quanto è sfrenata la mia bramosia dei piaceri. Non riconosco alcun limite alla mia ricerca di voluttà nuove». Dunque, un superuomo autentico come l'Alessandro della «Città morta». Aveva ragione Emilio Cecchi quando, nel centenario del '63, osservava saggiamente: «Il D'Annunzio nacque all'arte già pienamente formato. Nulla in lui del lungo e grigiastro tirocinio di un Carducci o d'un Pirandello. Nel ''Canto novo'' la sua poesia, pur  dentro i propri limiti, è tutta  impeto e armata felicità. La prontezza del classicizzare o naturalizzare qualsiasi contenuto o d'importazione o d'imitazione fin da principio, fu in lui mirabile». Ecco il punto, Cecchi vide chiaramente la potenza assorbitrice dell'Orbo veggente. Veggente oltre le facili ombre del presente, veggente nel fondo più confuso dei cuori, veggente nella volatilità e inafferrabilità delle suggestioni. E Cecchi ebbe ragione anche quando scrisse che se D'Annunzio sarà degno di sopravvivere, «sopravviverà come D'Annunzio,  non come poeta di questo poema, o romanziere di quel romanzo». E oggi, a centocinquant'anni dalla sua nascita, siamo ancora qui a ruminare attorno a questo nocciolo, dove ogni contraddizione s'insinua in un'altra e ogni astuzia compenetra il tessuto più vicino, e ogni parola compie il miracolo - specialmente in poesia - d'essere allo stesso tempo scabra e nuda, eloquente e retorica, sofferente ed eroica. Un impasto furioso e dolcissimo che non si scioglierà mai. E proprio lo stesso scrittore delineando la figura di Tullio Hermil nell'«Innocente» aveva scritto: «Non potendo più conformarsi, adeguarsi, assimilarsi ad una superiore forma dominatrice, l'anima sua, camaleontica, mutabile, fluida, virtuale si trasformava, si difformava, prendeva tutte le forme». Un altro perfetto autoritratto a futura memoria. 
 

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