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Roth, memoria e libertà

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Stefano Lecchini

Nel gran discorrere di autofiction che si è fatto sui nostri giornali in questi mesi, sulla scorta non solo di «Limonov» e degli altri Carrère ma anche degli ultimi Trevi, Siti, Magrelli e del «Diario d’inverno» di Auster, è singolare che a nessuno sia venuto in mente di citare «I fatti» di Philip Roth, testo che pure il lettore italiano già conosceva per essere stato edito una prima volta, da noi, nel 1989 – a un anno esatto dall’uscita negli USA. «I fatti», ora ritradotto per Einaudi da quella garanzia che si chiama Vincenzo Mantovani, non è, a rigore, neppure semplice autofiction (d’altronde, in senso lato, tutti i romanzi di Roth lo sono); non semplice autofiction, ma autofiction al quadrato, meta-autofiction: giacché è proprio sulla trasfigurazione letteraria della propria biografia - sulle ragioni e le dinamiche che tale trasformazione producono – che, in queste pagine, spietatamente ci si interroga. Intanto, come poi solo in quel passaggio cruciale che sarà, tre anni più tardi, «Patrimonio», Roth scrive qui in prima persona, col proprio nome e cognome: e in tal modo rinuncia alle maschere (Zuckerman, Kepesh, Tarnopol, Portnoy) con cui fino a quell'anno ha scavato impunemente nel proprio vissuto setacciandone e rilanciandone gli anfratti più inconfessabili – che proprio la distanza dovuta al camuffamento nei panni dei propri alter ego gli ha permesso di portare alla luce. 
Ma attenzione: a chi scrive? Geniale paradosso: scrive a Zuckerman, che di queste maschere letterarie è, evidentemente già nell’'88, la più assidua se non la più intima. L’occasione gli è dettata dalla necessità di ricostruire la propria identità (dunque, la propria vita) andata in pezzi in seguito a un lungo esaurimento nervoso: finito il carburante, occorre tornare al pozzo originario, per «fare il pieno alla magica pompa del sangue» - e ritrovare finalmente «le nude ossa, la struttura di una vita senza la finzione». La strategia sarà quella di esporre «i fatti» così come sono andati: la verità, la pura «datità» dei fatti, nel tentativo di enuclearne un qualche disegno capace di metterne a fuoco la sigla o il destino. E’ a questo punto che il buon lettore di Roth riconoscerà, per dir così, il «negativo» di opere già all’epoca giustamente famose come «Goodbye, Columbus» e «Difensore della fede» (racconti da cui prende l’abbrivio una carriera esemplare) o «La mia vita di uomo» o «Quando lei era buona». Ci sono le donne, con la loro vera storia; c'è soprattutto Josie, la ragazza bionda, infantile e sbarazzina seppur di qualche anno più vecchia, con cui Roth resterà sposato fino al 1962 in un gioco al massacro ove il rispecchiamento reciproco delle proprio debolezze e della propria sete di indipendenza corre sul filo estremo del pericolo.
 C'è ancora, e agli occhi dell’autobiografo pare fondamentale, il cammino – spavaldo e tribolato ad un tempo – sul sentiero della libertà e dell’affermazione: libertà, anzitutto, dalle pastoie di una famiglia e di un’appartenenza religiosa troppo tradizionali, il peso delle quali, sempre agli occhi dell’autobiografo, rischia di non far circolare nemmeno un refolo di quell'aria di cui ogni vita ha bisogno. Benché poi, anche malgrado Portnoy, nessuno strappo definitivo in realtà sia possibile (e forse nemmeno tanto vagheggiato): «Da bambino credevo ingenuamente che avrei sempre avuto un padre al fianco, e la verità sembra essere che sempre lo avrò. Per quanto difficili possano essere stati a volte i nostri rapporti, esposti a divergenze di opinioni, a false aspettative, a esperienze dell’America radicalmente diverse, messi a dura prova dalla collisione di due nature impazienti e altrettanto caparbie, e guastati dalla goffaggine maschile, il nostro legame è stato onnipresente». Zuckerman legge, legge tutto due volte, e disapprova. 
Per ragioni che sono esattamente le stesse che gli odierni fautori dell’autofiction mettono in campo: perché, certo, non si dà autobiografia che non sia, per sua stessa natura e statuto, immaginaria. E non tanto poiché ogni taglio con cui si prova a descrivere il proprio vissuto non può comunque prescindere da un punto di vista soggettivo, quanto perché soltanto l’immaginario della reinvenzione romanzesca (o letteraria tout court) riesce a affondare il bisturi in quelle pieghe, in quelle piaghe oscure che la pretesa di esporre «i fatti» tali e quali si sono svolti finirebbe per mancare disastrosamente. Di qui il sottotitolo, che non potremmo figurarci più sornione e beffardo: «Autobiografia di un romanziere». Di qui, soprattutto, quel ritorno alle maschere che negli anni Novanta – con un capolavoro assoluto quale «Il teatro di Sabbath» e la cosiddetta «trilogia americana» - finirà per imporre Roth come il più grande romanziere vivente (e purtroppo, dopo l’annuncio ufficiale dell’autunno scorso, bisognerà abituarsi a far precedere «romanziere» da «ex»). Che poi, anche quando scrive sotto la presunta ipoteca dell’oggettività, Roth riesca a essere il più sottile e trascinante narratore del nostro tempo, beh... questo è tutt'altro discorso. 
I fatti - Autobiografia  di un romanziereEinaudi, pag. 203, 18,50
 

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