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Le radici affondate nella terra

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 Annamaria Dadomo

In attesa dell’autobus si girò verso    l’antica villa che sorgeva alla fine del viale dei carpini: parte della facciata, di un giallo scolorito, e le  imposte verdi di alcune finestre si scorgevano appena attraverso la fitta vegetazione che l’accerchiava. Anche l’orto era stato inghiottito ormai del tutto dalle piante selvatiche. Quando, per uscire, gli era passata vicino a stento ne aveva ritrovato il  perimetro: le reti che lo delimitavano erano piegate, i paletti divelti o spezzati, l’interno  abbandonato alla velocità dei germogli, dei rovi, dei rampicanti. Si ricordò di quanto  le piacesse  andare nell’orto. Di come spesso, pur di visitarlo, si inventasse il bisogno di un mazzetto di prezzemolo, di un porro, di un cespo di lattuga. Spinta la  fragile porta di legno le si apriva davanti  un luogo magico, incantato. 
Anche quando il contadino che lo curava ne era diventato geloso, e per tenerla lontana si era  inventato la storia  di una lunga biscia che si nascondeva in mezzo alla verdura, lei non si era fatta intimidire. Non appena lo vedeva allontanarsi in bicicletta lungo lo stradello ci entrava di soppiatto, e anche se il più delle volte non prendeva niente, se non  una foglia di basilico da fiutare mentre tornava in casa, provava un piacere indefinibile a camminare tra i riquadri ben ordinati incantata ad ogni passo dal trionfo degli ortaggi. Poi, morto il contadino e di lì a poco anche  la  proprietaria della villa e del podere, tutto era caduto in abbandono. Ogni cosa, casa giardino orto vigneto parco, era divenuta preda delle piante, della loro spontanea, incontrollata vitalità vegetale. Solo pochi giorni prima era andata per i campi incolti. Camminava a fatica affondando nel terreno umido di pioggia. Il fango si appiccicava agli stivali quasi a volerla trattenere. Si respirava un buon odore di umidità, di terra, di foglie secche che marcivano, di erba  che cresceva tra trionfi di cardi alti e pungenti. Il vento che  arrivava giù dagli abeti del parco a  ondate fresche e odorose e l’investiva, le strappava un sorriso. Quando corvi o gazze,  gracchiando  in volo sopra la sua testa,  planavano in quella desolazione e si sottraevano alla  vista , nasceva in lei, subitaneo e contraddittorio, un sentire doloroso e felice insieme da finis terrae che la paralizzava. Si fermava. Oltre quelle siepi irregolari, quel folto d’erba che riempiva i canali, quei pioppi lunghi lunghi che in lontananza delimitavano il podere non poteva andare. Non voleva andare. Che andassero le nuvole, che andassero loro oltre i filari inselvatichiti dell’uva fragola, oltre la barriera delle gaggie, oltre i noci imbastarditi, i platani scomposti. Quello che c’era al di là, città, mari, oceani, isole incantate, non la riguardava. Non le interessava più. Quel posto, il posto dove abitava, era magnifico. Era un piacere senza pari abitare quella casa, vivere quel  giardino senza giardiniere. Lì aveva tutto di cui avesse bisogno. Di più. Le sue radici affondavano in quella terra, si abbeveravano alla sorgente di quell’acqua sotterranea. Il suo sangue era vegetale. La sua pelle era vegetale. Succo di erbe la sua saliva. Come potevano non accorgersi di questo le persone intorno a lei ? Da lì,  non se ne sarebbe mai andata. Neanche da morta. Che il figlio spargesse  le sue ceneri  dietro le magnolie , dove,  da sempre,  si seppellivano i cani e i gatti di casa che morivano. Quello era il suo posto. Quando l’autobus arrivò lei non si mosse, lo sguardo fisso al cancello della villa. 

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