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Nella "Camera d'oro" il tempio dell'amore

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Hanno reso eterno il loro amore raccontandolo nelle lunette e nelle vele della loro camera dalle pareti fulgide dell’oro che ricopriva le formelle di terracotta, riproducenti gli stemmi delle casate (il leone rampante dei Rossi e il castello coi bastoni dei Pellegrini), due cuori rossi in campo azzurro con la scritta «Digne et in aeternum» e un nastro con il motto «Nunc et semper». Pier Maria Rossi il magnifico e Bianca Pellegrini da Como continuano a vivere nella Camera d’oro del castello di Torrechiara la loro romantica storia in una delle più straordinarie testimonianze di cicli pittorici profani rimastici del Quattrocento. Una stanza diventata subito famosa e già descritta in termini entusiastici nel 1463 da Gerardo Rustici nella «Cantilena pro potenti D. Petri Maria Rubei».
Il poeta è rimasto abbacinato dall’oro dilagante e risplendente, dalla preziosa coperta del letto trapuntata d’argento, dagli affreschi brillanti d’azzurro, di verde, di rosso. Una camera meravigliosa costata una fortuna, degna di un grandissimo signore «uno dei più potenti, più prestanti, più ricchi della Lombardia». Il conte non aveva badato a spese per creare un nido degno di un grandissimo amore in cui si fondevano desiderio erotico e tensione spirituale; la donna amata era sublimata agli occhi dell’amante che a lei si sottometteva da cavaliere posto al servizio dell’amore. Un amore che il condottiero umanista nobilitava e elevava sul piano culturale attraverso la poesia di Dante, il pensiero di illustri filosofi e scrittori greci e latini – dipinti a monocromo verde in un angolo della stanza separato da una paretina mobile – e il mito con la figura di Ercole (allusivo al coraggio e al valore del conte) che regge anche un fuso in quanto era diventato schiavo d’amore di Onfale e filava con le sue ancelle.
Se la parte inferiore della stanza è un serrato contrappunto di accenti amorosi, in quella superiore si dispiega l’incanto del racconto visivo: un susseguirsi di scene che celebrano il trionfo dell’amore cortese e magnificano le qualità di Pier Maria sottolineandone l’ampiezza del potere territoriale. L’affresco è iconograficamente assai complesso e innovativo perché illustra prevalentemente il «privato» dei protagonisti; si tratta di un «unicum» che non ha eguali in Italia. A realizzarlo è stato chiamato uno dei Bembo, famiglia di pittori cremonesi che la madre di Pier Maria, anch’ella di Cremona, aveva già impiegato in opere importanti. La critica è divisa sui nomi (Bonifacio, Gerolamo, Benedetto): alcuni hanno puntato su Benedetto in quanto autore del Polittico – un tempo a Torrechiara - che ora si trova a Milano nel Museo del castello sforzesco. Personalmente ritengo più consistente l’attribuzione a Gerolamo sulla base del trittico del Museo di Cremona dove la Vergine ha molti punti di contatto con l’immagine di Bianca.Bianca è vestita da elegante pellegrina: indossa un abito di broccato e i guanti di velluto, ha la fronte alta rasata e porta la «sella», copricapo ricoperto da un velo come donna sposata; come pellegrina ha il cappello rotondo a tesa larga dietro le spalle, il manto con la conchiglia e due chiavi incrociate. Nelle vele percorre le terre rossiane passando dai vari castelli: Beduzzo, Pugnetolo, Corniglio e Graiana nella vela est (sopra la porta finestra); Bosco di Corniglio e Berceto nella vela sud; Roccaprebalza, Corniana, Bardone e Roccalanzona con il paese di Fornovo nella vela ovest; Castel Maria (o Carona?), S. Andrea Bagni, Rivalta col paese di Lesignano de’ Bagni e Castrignano nella vela nord. Nelle vele sono stati raffigurati i castelli di montagna mentre quelli di pianura compaiono nelle lunette partendo da est: Basilicanova e Torrechiara; Neviano Rossi (o Selva Smeralda?) e San Vitale Baganza; Segalara e Noceto; San Secondo e Roccabianca: una vera carta geografica del potere di Pier Maria che si estendeva dall’Alpe (Appennino) al Po lungo le valli del Parma e del Taro. Interessante è la descrizione particolarmente accurata delle erbe, delle piante, dei fiori e della frutta.La storia d’amore inizia nella lunetta est. Al centro della scena c’è Cupido bendato (l’amore è cieco) che sta lanciando la freccia d’amore verso Bianca, elegantissima. Pier Maria, vestito «alla corta» con le calze di due colori e la berretta rossa, è già stato colpito. Nella lunetta sud il conte con l’armatura da cavaliere è inginocchiato davanti a Bianca e le offre la propria spada giurandole fedeltà. Il corteggiamento trova la sua conclusione nella lunetta seguente: il cavaliere Pier Maria è ancora inginocchiato davanti alla dama che gli pone sul capo una verde corona con un gesto che appartiene alla galanteria cortese e  indica l’accettazione dell’offerta d’amore, che ella ricambia: due pavoni significano la reciproca fedeltà. Nell’ultima lunetta viene esaltata la «bella historia»: Pier Maria è in abito di gala e sullo sfondo vi è il castello di San Secondo sua dimora ufficiale; Bianca dalla parte opposta indossa l’abito nuziale e la corona che la proclama regina del cuore di Pier Maria: sullo sfondo il castello di Roccabianca. Fra loro è aperta una finestra attraverso cui si vede in lontananza il «loro» castello, ideale di un amore fecondo di luminosa spiritualità. P. P. MEN.

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