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Tv, addio all'effimero

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 di  Francesco Mannoni

Per motivi biografici sono arrivato alla televisione tramite una formazione filosofica come critico della scuola di Francoforte, e da lì ho cominciato subito a gestire il materiale del mio lavoro con un atteggiamento che qualche volta mi ha permesso anche di leggere gli aspetti paradossali dello stesso. Questo libro è frutto di questa schizofrenia: da una parte il lavoro professionale, dall’altra il lavoro teorico che ho fatto». A leggere e a sentire Carlo Freccero che delle tante TV (pubblica, commerciale, pay, live streaming, satellitare, digitale) ha attraversato tutte le fasi, il ruolo che la televisione ha avuto negli ultimi trent’anni nella vita sociale del Paese è stato radicale. Passato dalla direzione dei palinsesti di Canale 5 e Italia 1 negli anni Ottanta, a Rete4, allora di proprietà Mondadori, alle emittenti francesi pubbliche e private, La Cinq,  France 2, France 3 , Freccero è poi trasmigrato in Rai 2, Rai Sat e infine la TV digitale. Freccero, che è anche autore di programmi di successo, oggi è direttore di Rai4, dove ha studiato una programmazione rivolta a un pubblico di nicchia, i cui prodotti d’eccellenza sono i nuovi telefilm americani «costruiti su sceneggiature sofisticate e con la qualità visiva dei migliori film». E’ anche docente di linguaggio televisivo e comunicazione alle università di Roma Tre e di Genova. Con «Televisione» (Bollati Boringhieri, pag. 172, euro7,65) Carlo Freccero ha scritto un’autobiografia professionale che mette in primo piano uno spaccato di storia della televisione. «In questo libro – spiega - racconto un po’ quello che mi è capitato in questi trent’anni di televisione commerciale che ha formato il gusto medio del paese, la sua ideologia politica, l’adesione e il consenso del berlusconismo. Nel corso della mia vita ho lavorato sempre in televisione e ho avuto la fortuna di impersonare tutte le sue anime nelle più svariate declinazioni».
Che tipo di TV è quello che vediamo oggi, rispetto a certi palinsesti del passato e a molte trasmissioni siglate dal suo intuito che hanno rivoluzionato il modo di fare televisione?
Le tendenze della televisione sono rivelate dagli ascolti. Oggi, a sorpresa, tutti gli ascolti convergono verso un modello di TV impegnata nel senso della TV della realtà, perché c’è più interesse per la società e i suoi problemi. Questa TV differisce profondamente dal reality che non indaga la società, ma le reazioni psicologiche del singolo di fronte a una prova. Penso alla convivenza del «Grande Fratello», oppure al ritrovamento di un affetto scomparso. La cosa interessante, forse proprio perché stiamo attraversando un fenomeno di crisi, è che dopo anni d’intrattenimento (reality, fiction, talent show), in televisione torna una domanda di formazione e condivisione. 
Da cosa lo deduce?
Dal fatto che un programma come «The Voice», sostenuto da una forte campagna pubblicitaria, nella prima puntata ha fatto solo gli stessi ascolti di Santoro che è sulla 7. La risposta è data dalla crisi in atto che sposta l’attenzione dal divertimento ai temi essenziali: la mancanza di lavoro, la crescita delle differenze sociali. La televisione vorrebbe un ruolo di spazio pubblico condiviso, di piazza elettronica in cui si dibattono le grandi problematiche del presente. C’è però il fatto che spesso questa TV scelga la chiusura, cioè il controllo dell’informazione e dell’agenda dei fatti. Ma oggi per fortuna c’è un altro continente il quale fa sì che la chiusura sia impossibile. Con Internet e i blog nessuna censura può più esistere. 
Quanto è responsabile oggi la TV del nostro modo di agire e pensare?
Io sono un uomo di televisione ma anche un uomo di studio, e quando ho studiato Mc Luhan ho capito che la stampa ha costruito l’uomo rinascimentale moderno e la televisione, invece, ha disgregato questo mondo che la TV generalista ha traghettato al post moderno. Io l’ho vissuta molto questa situazione perché la mia generazione è quella del pensiero critico, e tutto questo è stato cancellato dal concetto che la maggioranza vince. I sondaggi, oggi, si costruiscono sulle scelte del pubblico. Non è più possibile fare una televisione pedagogica in senso autoritario com’è successo negli anni Cinquanta. 
Perché?
Non sono compatibili con la televisione le scelte d’élite. Ma attenzione: lo scenario della maggioranza e della TV commerciale in cui vince la TV per tutti, sta cambiando perché il computer, a differenza della televisione, permette di coniugare quantità con scelte specialistiche o individuali. Se prima la TV in qualche modo ha creato le maggioranze e una somma di uguali, oggi invece il network costruisce una somma di differenze. E così anche la Tv digitale. Perciò siamo in un altro spartiacque, e oggi che di TV non ce n’è una sola ma tante, occorre in qualche modo capire che cosa sarà del futuro. 
Qual è lo spettatore tipo delle TV generaliste?
 Oggi ci sono due tipi di spettatori. La maggior parte del pubblico che guarda ancora la televisione in modo passivo, seguita a subirne la malia fascinosa che in qualche modo influenza gusti e decisioni, ma ormai c’è anche una fetta consistente di popolazione come risulta dai dati statistici ufficiali, dai quali si apprende che l’elettorato usa la televisione come se fosse Internet, personalizza il suo ascolto e in qualche modo il suo palinsesto. Lo sviluppo delle TV digitali, delle TV a pagamento e di tutti quei programmi personalizzati, ha rivoluzionato molte abitudini. 
Nell’attuale Babele televisiva, la sua reazione è critica?
Io mi devo comportare come il dottor House: dirigendo Rai4, una TV digitale, guardo a un pubblico molto giovane, dimentico certi particolari, lavoro sul consumo di culto, sulla fantascienza, sui gusti di un pubblico che non ha niente a che vedere con la Tv generalista. Tocca a noi professionisti, capire da che luogo parliamo. E ogni luogo televisivo determina un palinsesto, una linea editoriale.
Televisione - Bollati Boringhieri, pag. 172, 7,65

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