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Sullo schermo con onore

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 di Francesco Mannoni

 E ducazione siberiana» il romanzo (Einaudi 2009) in cui il russo Nicolai Lilin racconta un’infanzia difficile in un ambiente duro, è diventato un film diretto da Gabriele Salvatores. La storia di due ragazzi e della loro amicizia in un «ghetto»  di criminali siberiani nel Sud della Russia, educati in modo ferreo dal capo clan, nonno Kuzja (magistralmente interpretato da John Malkovich), pone l’accento su un mondo imperfetto ma ancora brulicante di buoni sentimenti. Di recente, ho visto  a Bologna l’anteprima del film alla quale era presente anche lo scrittore che da poco ha pubblicato il suo quarto libro, «Storie sulla pelle» (Einaudi, pag. 240, euro 19,00). «Per me questo film è stato molto importante – confida Lilin alla fine della proiezione – e sono contento del risultato. Avevo rifiutato diverse proposte cinematografiche perché i discorsi di amici scrittori, sempre insoddisfatti delle trasposizioni cinematografiche dei loro libri, mi avevano creato parecchia ansia. Ma per molti scrittori pare sia quasi una moda non essere mai contenti dei risultati di un film, e si lamentano anche di quelli che vanno bene. Invece, con i capi della produzione Cattleya, si è instaurato un rapporto molto umano, e loro mi hanno convinto a vendere i diritti, perché mi hanno assicurato che senza di me questo film non sarebbe stato realizzato. Grazie a loro sono riuscito a contribuire, sia pure modestamente, alla riuscita del film».
«Educazione siberiana» è davvero un’autobiografia, o un romanzo di fantasia spacciato come una storia vera?
Non è un’autobiografia, ed io stesso l’ho affermato molte volte anche per non agitare mia madre che ora vive in Italia, legge i giornali, e tutte le domeniche m’invita a pranzo. Le mamme russe sono drastiche, e ti possono chiudere la porta in faccia per sempre se sbagli. Ho cercato di mettermi in contatto con le persone che diffondevano voci non vere intorno al mio romanzo, persone che cercano di farsi un nome creando falsi scoop o infangando una storia. Una donna in un sito internet si spacciava per mia madre e diceva su di me tante cose inventate. L’ho denunciata, è stata trovata vicino a Roma, era una russa sposata con un italiano, che non aveva niente da fare. Per fortuna mia madre non usa Internet, altrimenti andava là e la massacrava di botte. 
Ma c’è qualcosa di vero che la riguarda direttamente nel romanzo?
Il nonno senz’altro. Da piccolo andavo a trovarlo in Siberia e volevo vedere la tigre siberiana, la più grande del mondo. Mio nonno mi sconsigliava perché non era facile vedere la tigre, e non si fa avvicinare. Io insistevo, e abbiamo cominciato a girare nel bosco con la speranza di vederla. Ma in tre giorni di ricerche non l’abbiamo mai vista. Tornando a casa deluso, ho detto al nonno che la tigre siberiana non esisteva, che erano tutte bugie. Mio nonno si è girato e molto severamente mi ha detto: «Se tu non vedi una cosa, non vuol dire che non esiste. Devi lasciare da parte l’arroganza e lavorare su te stesso».
Qual è stata la sua reale formazione? Era anche lei un ribelle?
Sono nato in Transnistria, un paese che si è dichiarato indipendente, ma non è stato riconosciuto a livello internazionale e si ritiene faccia parte della Repubblica di Moldavia. Ho frequentato la scuola da ribelle, otto classi passate quasi tutte in corridoio o al fiume, e poi carcere minorile e l’esercito russo. Finito il periodo militare sono venuto in Occidente per rifarmi una vita, e ho lavorato nella sicurezza privata e a teatro in una associazione culturale, e adesso insegno scrittura creativa all’Università. A scrivere ho cominciato per caso e non so perché ho scelto la lingua italiana: vedo il mondo come una cosa unica, le frontiere non esistono e sono contento di parlare la lingua italiana, ma anche un po’ d’inglese, tedesco, spagnolo e francese. Troppe persone sono chiuse nel loro guscio e pensano solo a mangiare, bere e moltiplicarsi come scarafaggi. 
Nel film sembra si sia persa molta della ritualità del suo mondo. Una scelta?
Sono partito con l’intenzione di staccarmi dal libro. Nel film il libro era la base, e non ho nostalgie di alcun tipo perché nel film il libro c’è. Si tratta di due cose diverse, ma identiche. Il film non entra in competizione col libro, ma un’opera rispecchia l’altra.
Come avete risolto il problema dei tatuaggi?
Ho dovuto inventare le storie della gente e poi trasferire queste storie in immagini. Ne ho fatto circa trecento. Salvatores ha avuto la curiosità di approfondire l’argomento, e quando mi hanno mandato la prima prova di un corpo tatuato, sono rimasto molto soddisfatto. 
Perché i tatuaggi sono così importanti per la vostra cultura?
Erano importanti in una società che non c’è più, e che faccio rivivere nei miei libri. Per la mia famiglia, per tante persone e per gli anziani con i quali sono cresciuto, i tatuaggi erano una via di comunicazione, una sorta di lingua che aveva un’importanza assoluta. Sono come lettere di un alfabeto che compongono le frasi. 
Attraverso le immagini si raccontano storie di vita. E’ anche lei un tatuatore?
Non ho mai fatto il tautatore e non mi definisco tale per non confondermi con persone che lo fanno sul serio per soldi. Io faccio un lavoro basato sulla filosofia e sull’approfondimento di conoscenza di vite umane. Ha come mezzo il tatuaggio ma non è incentrato sulla necessità estetica. La contrapposizione tra morale ed estetica è profonda nel libro e nel film. Si fa fatica però a dire questo è il buono e questo il cattivo. Non bisogna idealizzare nessuno, perché come nella vita, non esiste il buono e il cattivo in assoluto. Nel paese dove vivevo quando ero bambino, la gente vedeva il crollo di un sistema e i cambiamenti radicali, ma sopravvivevano scie educative delle epoche di repressione e di guerra civile, mondi complicati difficili da capire. Non si può parlare di etica o di morale per ciò che si comprende con difficoltà.
 

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