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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Lo zar da Verdi, una visita inattesa

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Gustavo Marchesi
 È il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, aspettiamoci degli episodi inediti: come quello accaduto nel buffet della stazione ferroviaria dell’allora Kovno (Lituania). Il maestro ricevette qui un omaggio singolare. In suo onore quasi tutti i presenti stesero, sul parquet, mantelli, pellicce e giacche; malgrado l’inverno boia, qualcuno restò in maniche di camicia. Verdi indifferente se ne andò calpestando quasi con disprezzo il tappeto improvvisato. L’occhio dello zar, vale a dire lo spione di corte, si prese tosto l’incarico di informarne, al tè delle cinque, sua maestà, al quale non era mai toccato un simile ossequio e provò dell’invidia, livida, fulminante: quel musicista, nient’altro che un animale da palcoscenico, dava alla gente degli scossoni che li buttavano in cielo. Doveva assolutamente conoscerlo, misurarsi con lui. E appena venuta la bella stagione, partì per Sant’Agata, residenza del “numen”. Entrò dal parco, senza farsi annunciare. Aveva compiuto il giro delle proprietà e confessava a malincuore il proprio compiacimento. Accompagnato da largo seguito, ostentava un copricapo di sorbetto al pistacchio. Che numero!... Numero? ma era nientemeno che il re di tutte le freddure e possedeva l’autorità di congelare la natura in fiore. Non aveva ancora attraversato il cortile della villa, che tutt’intorno si formò un lago di ghiaccio, cosparso di isolette innevate. Verdi si alzò per salutare e sdrucciolò. Provvidenziale la decisione dei dignitari zaristi: con un gesto unanime si levarono le divise e coprirono la gelata, permettendo al maestro di muoversi. Ciononostante i momenti successivi furono piuttosto balordi. Il padrone guardava impietrito i campi sottozero. Ma cosa? Mandare in malora la sua roba, questo rappresentante di frigoriferi? e non si fa scrupolo di cambiare l’estate con l’inverno? Ma chi crede di essere?... I sovrani!!!... dall’alto del trono ignorano il sudore di chi piega la schiena per darci il pane, per darci la vita! Verdi scivola di nuovo. Lo zar con riguardosa osservanza si scusa. Parbleu! è pronto a riparare fino all’ultimo danno. E poi tra un po’ se ne andrà, lascerà che la natura torni a risplendere e i campagnoli non accorrano ansiosi ad accendere fuochi: “Intanto nel caso ho con me sciarpe e manicotti, berrettoni e stivali per lei e la sua gente. Ho anche abbastanza panni da coprire gli alberi e i campi perché se ne stiano al calduccio”. Il maestro si spazientì: “Davvero i potenti hanno la presunzione di dominare tutto, anche la natura?” E lo zar: “Non diversamente dai musicisti, che credono di dominare il pubblico”. “Mi par di capire che resistervi non si può. Cosa volete da me?”  Un’opera vuole, fra un anno, per il suo teatrone della capitale, migliaia di chilometri a est. Detto questo, parlano di soldi. Lo zar offre una somma spropositata, pezzi d’oro e biglietti di carta su una banca di Parigi: e la natura si sghiaccia, dai sorbetti rispuntano i fiori, brillano i colori. La nuova opera, intitolata “Forza!”, sarà una sorpresa, tutta una denuncia della povertà, dell’abbandono, dell’ingiustizia. In scena gente affamata, disperata, che implora, che fugge. La censura fiuta sentore di tempesta; ma è tardi, a teatro gli studenti spaccano panche, strappano velluti, sbraitano. Le cronache delle contestazioni filtrano sulla stampa estera. Verdi ne informa gli amici che pranzano da lui con le posate d’oro, dono dello zar. A tavola siede anche il sindaco del paese: ha portato un pavone, ora anch’esso in tavola (no a tavola), omaggio al padrone di casa che ha onorato gli abitanti di Sant’Agata con l’invito a un pezzo grosso del globo. I commensali soddisfatti cantano le lodi del risotto, “Buono, eccellente!... Par che dica mangiami mangiami”, le parole della “Forza!”. Si sta bene in un “mondo piccolo” ma quieto. Lontano di lì, nelle terre immense dove cresce il progresso, soltanto il vocione di Melitone, frate disinibito e coraggioso, echeggia ammonitore nell’opera, prima dell’ultimo atto: “Il mondo?... Poffare!!… II mondo è fatto una casa di pianto!”.

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