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Mura, 50 anni tra gregari e campioni

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Claudio Rinaldi

Cinquant’anni di carriera in cinquecento pagine. Cinquant’anni di sport, di gol e di fughe, ma anche di storia sociale italiana e di tanto altro, in fondo. Tutto sta a come si raccontano una partita di calcio o una gara ciclistica, a quanto si drizzano le antenne, all’entusiasmo che si mette nel servire il lettore. Da mezzo secolo, Gianni Mura è una spugna, quanto ad assorbire quello che vede al di là dell’evento di cui scrive, del personaggio che racconta. Ed è un maestro nel descrivere il contorno: che può essere – nel caso del Tour (che adora) – il paesaggio, il vino bevuto la sera prima, la colonna sonora scelta per l’occasione, per esempio.
«Non gioco più, me ne vado» (sottotitolo «Gregari e campioni, coppe e bidoni») è un’antologia dei suoi articoli, scritti per la Gazzetta dello Sport, per Epoca, per Repubblica: dai «reperti archeologici», scherza lui, ai più recenti.
Molto ciclismo e molto calcio, ma non solo. E un dato comune a tutti i pezzi: il rispetto per il lettore, sempre. Che è fatto di generosità professionale (e non solo, come sa bene chi conosce Mura) e di onestà intellettuale, e che traspare da ogni riga: da quelle scritte «sul tamburo», come si dice in gergo degli articoli fatti in fretta, quando incombe l’ora di chiusura del giornale, o addirittura dettati «a braccio», a quelle più meditate. Detiene quasi un record, Mura: che non è tanto il numero di lettori (pure notevole, senza dubbio), ma il tasso di fedeltà, altissimo. Per tutti loro, questa antologia è un libro da non perdere: garantito da uno, modestamente, che di Mura se ne intende: e che da anni ritaglia e archivia i suoi pezzi migliori.
Aveva 19 anni, quando mise piede nella redazione della Gazzetta dello Sport. Un diploma di maturità in tasca e pochissima voglia di fare il giornalista sportivo. Cambiò idea dopo neanche un mese di gavetta. Un po’ perché già leggeva avidamente Brera («e se c’era lui, e scriveva come scriveva, potevo benissimo fare il giornalista sportivo anch’io, che pure allora pensavo di essere destinato a fioriti elzeviri»), un po’ perché in quella redazione c’erano giornalisti bravi e colti, che andavano ben oltre il «mister, a chi dedica la vittoria?» e sapevano insegnare il mestiere. A 20 anni l’esordio come inviato al Giro, a 22 il primo Tour. Con gente come Bruno Raschi e Rino Negri, a proposito di giornalisti bravi che sapevano insegnare il mestiere.
Gli amanti del ciclismo rivivranno alcune pagine indimenticabili, dalla vittoria di Gimondi al Tour del ’65 in poi: Mura intervista Ferdi Kübler e va a Sedrina, a casa Gimondi (e insiste a lungo con la madre, per poter vedere la camera di Felice e descriverla ai lettori, «con un buon odore di lenzuola lavate in casa»). Ritroveranno Binda, Motta, Zandegù, Anquetil, Cuorematto Bitossi, Merckx. Più avanti (1995), la struggente descrizione della morte di Casartelli.
E Pantani, tanto Pantani. Pantadattilo, l’ha ribattezzato. Ecco l’attacco per la memorabile vittoria all’Alpe d’Huez del ’97: «Pantani primo e solo. Uno di quei giorni, di quelle imprese che restano dentro. Più che un ciclista, Pantani e un’emozione, un giro più veloce del sangue, un soffio sul cuore». Ed ecco (2004) l’addio a uno degli eroi che più hanno fatto fremere i suoi polpastrelli: «Non morirai del tutto perché il ciclismo è lo sport più ricco di memoria e, per riflesso, di morti. Lo so già che da qualche parte, sulle strade del Tour, ci saranno sul gruppo due ombre taglienti, larghe, simmetriche. Le ali di Pantadattilo, ma qualche stupido dirà che sono nuvole».
Il libro si può leggere dalla prima all’ultima pagina, ma anche saltando qua e là tra i capitoli tematici, dagli anni Sessanta all’altro ieri, andata e ritorno. Godersi una splendida intervista a Nereo Rocco «in esilio» a Firenze dopo i trionfi milanesi (1975) e il pezzo sui settant’anni di Sandro Mazzola (2012). L’amarcord di Mariolino Corso e un’intervista a Enzo Bearzot del 2005. Gigi Riva che, il giorno del sessantesimo compleanno, ripercorre le tappe della sua carriera folgorante. E racconta a Mura splendidi aneddoti degli anni di Scopigno. Come questo: «Una notte in albergo si giocava a poker in camera mia, con Albertosi, Poli e Gori, fumo da tagliare con l’accetta, avevamo fatto salire panini e bottiglie. Bussano alla porta, sarà l’una. Gori intuisce e si nasconde nell’armadio. Scopigno entra e dice: “Almeno invitare gli amici, quando si fa festa”. Si siede sul mio letto e fa: disturbo se fumo? Noi zitti. E lui: però è l’ultima, anche per voi. Il giorno dopo abbiamo vinto 3-0».
Ci sono Sacchi e Mazzone, Bagnoli e Mondonico, Bruno Conti e Paolo Rossi, Schillaci e Platini. Ci sono gioie e dolori, la vittoria di Berlino 2006 e la débâcle delle Olimpiadi dell’88 con lo Zambia.  Ci sono i pezzi del Mundial dell’82. In uno, straordinario, scritto dopo il trionfo, Mura ripropone voci popolari e giudizi critici di prima (finché le cose sembravano andare a rotoli) e dopo la vittoria (con l’esaltazione collettiva). Zoff, per esempio. Prima: «Una frana, a quell’età bisognerebbe avere il coraggio di smettere. Non vede i tiri da lontano, è sempre incollato alla linea di porta. Non fosse friulano come Bearzot, garantito che in porta c’era un altro. Già ci ha fatto perdere i Mondiali di Argentina (…)». Dopo: «E’ come Pertini. O Pertini è come Zoff. O Zini come Pertoff. La classe non è acqua. Portiere leggendario, el abuelo, el arquero de marmo, el caballero del deporte. Grande quercia. Riflessi da ragazzino. Attanaglia blocca inchioda sventa si erge, baluardo estremo insormontabile di una pattuglia gloriosa, degno capitano di un manipolo di eroi (…)».
Ci sono i «Sette giorni di cattivi pensieri» più belli. C’è il coccodrillo di Sandro Ciotti (che «non avrebbe sbagliato un congiuntivo neanche sotto tortura») e c’è quello di Brera (il più bel pezzo di Mura, in assoluto). Non c’è, per ovvi motivi, l'articolo di domenica scorsa in morte di Enzo Jannacci. Peccato, perché è un altro gran bel pezzo.
Non gioco più, me ne vado - Il Saggiatore, pag. 498, euro 17,00

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