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Gabriele Ferrari, la potenza del segno

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Katia Golini

Il segno, nel tratto veloce del disegno o nella pennellata carica di colore della pittura o nell'impronta lasciata dagli oggetti sulla carta,  ha guidato Gabriele Ferrari fin dagli esordi. Fin dai tempi dell'Istituto d'Arte Paolo Toschi  e dell'Accademia di Brera. 
Ritrattista capace di tirare fuori l'anima, pittore dalla mano abile e felice, l'artista parmigiano  inizia a farsi conoscere  negli anni Settanta, con le prime mostre in gallerie, teatri, librerie, rassegne e fiere d'arte. 
Da Parma al Nord d'Italia alle trasferte oltre confine il passo è  davvero breve. E' da allora che Ferrari sperimenta e realizza opere, anche di dimensioni enormi, riflettendo sul reale e sul suo contrario, inserendosi in due dei grandi filoni dell'arte contemporanea: l'Arte povera e il Concettuale.
Dopo alcuni anni di ritiro dalla scena cittadina, Ferrari torna ad esporre a Parma. Con la mostra «Assemblages», al Grand Hotel de la Ville e ristorante Parmigianino del Barilla Center  (inaugurazione domani   alle 18),  propone una quindicina di lavori realizzati negli anni e ripercorre un trentennio di lavoro e studio sulle forme, sui materiali, sui colori e sui segni. 
Segno è   la scrittura colorata della maxi-tela di 10 metri per 2 dal titolo evocativo «Dizionario pittorico» (1983) dedicato allo studio del tratto pittorico come grafia. Una grande tavola, composta di quadri dentro al quadro, in cui l'artista sonda le caratteristiche della scrittura e del suo contrario in un gioco suggestivo di colori come se la tavola fosse trasparente e leggibile davanti e dietro come in uno specchio. 
Segno è quello che resta sulla carta (da pacco o lucida), bagnata, trattata con  resina e acido cloridrico quindi  appoggiata su oggetti di scarto recuperati e, grazie all'intervento dell'artista, trasformati in altro da sè. Lo scopo è creare dal reale qualcosa di nuovo e osservare la sua metamorfosi. Riflettere su come gli oggetti possono riprendere vita e diventare opera d'arte. «Nel 1994 – spiega l'artista  – ho iniziato a sperimentare estroflessioni su tela, con cui creavo delle composizioni che volevano essere calchi o "sudari" di oggetti. In seguito, circa nel 1996, ho iniziato a lavorare con la carta: ero affascinato dalle potenzialità di eseguire il calco (o buccia o crisalide) di oggetti e anche architetture come nel caso dell'allestimento del 2001 "La buccia del reale" in San Ludovico. In queste mie opere del 2005 l'intento era creare una carta-sudario di oggetti comuni, di oggetti trovati, di cose in disuso e di cogliere sulla carta con cui li rivestivo la metamorfosi del loro disgregarsi. La carta assorbe la materia e ne viene contaminata: non solo raccoglie la forma esteriore delle cose, ma anche la ruggine del ferro, l'umore del legno bagnato che impregnano e trasformano i miei calchi in qualcosa di profondamente altro dagli oggetti stessi». 
Segno è quello delle litografie (stampate da Artigrafiche Step), tratte da lavori del 2005, in cui Ferrari compie il percorso a ritroso: dall'oggetto al bassorilevo, dal bassorilievo al disegno. A rappresentare quello scambio tra dritto e rovescio, tra uguale e contrario che lo ha sempre appassionato. 
«Forse si può riassumere il senso di quel che fa Gabriele Ferrari da una ventina d'anni - scrive Andrea Calzolari nella presentazione della raccolta di stampe - dicendo che lavora sulla pelle: non che questo costituisca il tema dominante, o l'oggetto esclusivo, del suo operare; forse anzi non è neppure un tema, ma piuttosto una costante metodologica, il modo in cui più frequentemente si rapporta a quel che costituisce il suo (e il nostro) abituale oggetto di riflessione e di azione, vale a dire ciò che si chiama il reale».

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