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Care amiche, vi scrivo

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Gian Paolo Minardi
I musicisti troppo loquaci dicono molte belle parole ma compongono poca buona musica» commentava Verdi all’amico Arrivabene. Non pensava forse a Wagner, che in fatto di esternazioni non scherzava, né a Berlioz o a Liszt la cui produzione letteraria si misura in ponderosi volumi; era quel suo riserbo che lo induceva a tenere sempre un tono basso, mai troppo esposto. Ormai anziano, solo per far piacere a Ricordi acconsentirà a rievocare la propria vita attraverso la nota intervista a Arthur Pougin, mentre nel 1895 ad un editore di Stoccarda che gli chiedeva di stendere le proprie memorie rispondeva secco «Jamais, jamais je n’écrirai mes mémoires». Tuttavia la penna di Verdi, oltre che attiva sui pentagrammi, non è mai stata inoperosa, come dimostrano le migliaia di lettere che compongono uno degli epistolari più significativi, un vero e proprio reticolo che avvolge la lunghissima vita di lavoro, tracce preziose che ci guidano con diretta immediatezza a seguire da vicino il percorso dell’artista e dell’uomo. Epistolario diramato lungo le direzioni indicate dai destinatari, in vario modo coinvolti nella sua vicenda esistenziale. Uno degli impegni più decisivi quello della ricostruzione intrapreso dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani come si può cogliere dalla consistenza dei risultati: il carteggio con Boito, quello con Ricordi giunto al terzo volume, quello con Somma, con Cammarano, con Luccardi, tappe di straordinaria portata cui si aggiunge ora quello con Emilia e Giuseppina Morosini che è quello cronologicamente più ampio, nell’arcata che va dal 1842 al 1901. Il volume, curato da Pietro Montorfani che insieme a Giuseppe Martini ha approntato un ricco apparato critico e di note, nasce in collaborazione con l’Archivio Storico Città di Lugano per i legami con quella terra della famiglia Morosini e offre la ricostruzione di un carteggio particolarmente ricco, 275 unità di cui 129 effettivamente pervenute in originale, che ci consente di seguire per alcuni decenni alcuni tratti del cammino verdiano attraverso un punto d’osservazione obliquo, rispetto alla dimensione ‘professionale’ che regola il carteggio con i Ricordi, con Boito, con gli altri collaboratori. E’ un Verdi che nell’estate del 1842, ammantato già dal successo di «Nabucco» entra in uno dei salotti più rari dell’aristocrazia milanese, quello animato dalla contessa Emilia Morosini, svizzera di nascita e di censo, avendo sposato il nobile luganese Giovanni Battista Morosini, ma milanese di adozione e di prestigio, grazie alla vivacità intellettuale che faceva del suo salotto un termine di emulazione con quello della contessa Maffei, «Clarina», cui Verdi si legherà in maniera ben più continuativa e più intensa, diventando una preziosa amica: «Amica a tutta prova; e con Lei si era sicuri; non vi era bisogno di guardarsi alle spalle!» scriverà, dopo la sua morte, nel 1886, proprio a Giuseppina Morosini, la figlia di Emilia, scomparsa nel 1875. Il carteggio si compone, cronologicamente di due parti appunto: la prima, la più scarna, con donna Emilia, interlocutrice attenta e curiosa di quanto il giovane compositore, il Verdi degli ‘anni di galera’, andasse facendo, conquistandosi riscontri via via più ampi; un Verdi inquieto anche, che nella frequentazione di casa Morosini trova occasione di sfogo ma pure di svago. Si coglie da vivaci scorci il rapporto che legava Verdi con la Milano di quegli anni : «sono arrabbiato, stralunato/.../ ho il diavolo addosso, né so il perché – Sarà perché son lontano da Milano...Oh Milano Milano!», così nella primavera del 1843 in una delle prime lettere alla contessa. Poi dopo il 1848 il colloquio epistolare sembra interrompersi - e con esso le nostalgie milanesi - per una ripresa fugace nel 1861 quando Emilia invia a Verdi la foto del figlio Emilio, caduto nell’estate del 1849, con Enrico Dandolo e Luciano Manara, durante la difesa di Roma contro i francesi. Ben più ricco l’epistolario con la figlia Giuseppina, frutto di un risveglio di rapporti assecondato, agli inizi degli anni settanta, sia da una maggior presenza milanese di Verdi che dalle arti diplomatiche della Maffei nel far incontrare la Morosini con la Strepponi, la quale diventerà pure voce vivace entro la trama epistolare: mediatrice anche di fronte ad una personalità come quella di Giuseppina, colta, buona musicista dilettante, curiosa e spesso invadente, con i suoi interventi, le sue richieste che giungono all’anziano Verdi con evidente disagio: iniziative benefiche, un inno popolare per l’Italia appena nata, la messa in musica di una preghiera scritta dalla regina Margherita dopo l’uccisione di Umberto primo; insomma, come Verdi confiderà all’amico Piroli, «una vera seccatura! Ne ha sempre una più fresca dell’altra!». Tuttavia questa presenza eccessiva non indebolisce un rapporto che da parte del compositore è sostenuto da un senso di amicizia e da quel senso di fatalità degli anni che passano: i compleanni scanditi puntualmente, 70, 71, 72...80..., gli acciacchi, le perdite delle persone care, confessioni reciproche che disegnano via via le nervature di un tessuto attraverso il quale filtrano le immagini di una Milano che cambia ma pure di un vecchio compositore che malinconicamente lucidissimo lamenta che «le gambe non mi portano più! E vado barcollando come un ubriaco!» e che il primo gennaio del 1901 invia all’amica un biglietto con «auguri cordialissimi».
Carteggio Verdi-Morosini 1842-1901 -   Istituto Nazionale di Studi Verdiani, pag. 467, euro 41,90
 

 

 

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