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"A vajón" con Arturo Scotti

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 UBALDO DELSANTE

Cinquant'anni fa si spegneva un amante della città e del dialetto: Arturo Scotti, l’avvocato che scoprì Pezzani. Già nel 1944 Jacopo Bocchialini, presentando nel suo prezioso volumetto sul «Dialetto vivo» di Parma e la sua letteratura alcune rime della «sobria produzione» di Arturo Scotti, lo definiva «scrittore in versi che ha preceduto il Pezzani dialettale e lo ha anzi scoperto» in una recensione che risaliva al 1930. In effetti la produzione poetica dialettale di Scotti, che era di quasi vent'anni più giovane di Pezzani, si era precocemente affrancata dalla «vecchia tradizione satirica e burlesca» per approdare ad espressioni di dolcezza e sentimento che ondeggiano tra lo stupore e la commozione.
La complessa personalità di Arturo Scotti, di cui ricorre il 17 aprile il cinquantenario della scomparsa, tuttavia, deve essere osservata in modo più ampio, mantenendo sempre presente, al disopra di ogni sua intrapresa, questo nobile contrassegno poetico gentile ed elegante. Nato a San Lazzaro Parmense il 31 luglio 1879, percorre la sua carriera scolastica a Parma, si laurea in giurisprudenza con il celebre civilista Giuseppe Chiovenda ed entra ben presto nello studio dell’avvocato Paolo Mussini, al quale succederà alla sua morte nel 1912. 
Professionalmente, per lui è stato certamente un ottimo maestro. Arturo Scotti, austera figura impregnata dello spirito liberale tipico di una certa classe sociale del suo tempo, per oltre cinquant'anni fa l’avvocato civilista e le cariche che ricopre sono strettamente legate alla sua professione: consigliere del Comitato di sconto della Banca d’Italia, legale della Banca Commerciale, membro del Consiglio nazionale superiore del commercio. Con qualche concessione, in privato, s'intende, alla poesia, al dialetto, all’arte e alla storia della sua città. Nei primi anni del Novecento Parma è percorsa da fremiti sociali intensi e drammatici. Lo studio dell’avvocato Mussini, con il giovane Scotti in prima linea, deve occuparsi in particolare di una spinosa vertenza tra i fabbricanti di pane e pasta e i loro operai, che rivendicano migliori condizioni di lavoro e di salario. Nel 1906, prima ancora che lo facciano i proprietari terrieri di Tardini e Carrara durante il violento sciopero agricolo, i pastai rilasciano alla loro associazione una cambiale in bianco di mille lire a garanzia del proprio comportamento. La cifra è rilevante: stando alle tabelle ufficiali di rivalutazione corrisponde a circa 7 milioni e mezzo di odierni euro. E poiché qualcuno non mantiene un comportamento coerente con le deliberazioni del gruppo padronale, si arriva a minacciarne la messa in pagamento. 
Ne nasce un aspro contenzioso che vede in campo anche Arturo Scotti quale difensore di un panettiere ligio alle ferree regole della categoria, Alessandro Alvarosi, presidente dell’associazione cui è iscritto anche Riccardo Barilla, in contrasto con Margherita Finella, titolare del pastificio Braibanti, che, invece, è scesa a patti con gli scioperanti. Al di là della vertenza in sé, è illuminante rileggere un brano della sua arringa che racchiude in poche parole la sua ideologia: «La Camera del Lavoro di Parma è da parecchio tempo dominata dalla cosiddetta tendenza sindacalista (quella di Alceste De Ambris, per intenderci) e cioè da una corrente di opinione per la quale lo sciopero, se ha un pregio in quanto sciopero economico, diretto alla conquista di immediati miglioramenti della condizione degli operai, ne ha uno anche maggiore in quanto è sciopero politico e sociale, rivolto a sconvolgere l’assetto della produzione qual è determinato dall’imperare del principio della proprietà individuale e della libertà contrattuale». 
Sotto il profilo politico, si unisce al gruppo liberale-cattolico di Jacopo Bocchialini, Teodosio Marchi, Enrico Redenti, Arnaldo Barilli e Augusto Argenziano ottenendo un seggio in Consiglio comunale alla vigilia della prima guerra mondiale. Dopo il secondo conflitto, lasciato lo studio, si dedica alle sue occupazioni preferite, cui già si dedicava fin dai primi anni Trenta. Nel 1951 è eletto in Consiglio comunale per il Partito Liberale e così lo ritrova Guido Piovene passando da Parma durante il suo memorabile «Viaggio in Italia» radiofonico e letterario (1957): «C'è un unico assessore liberale a Parma l’avvocato Arturo Scotti, uomo finissimo, studioso, galante, gran difensore del Palazzo Ducale, della Pilotta e dei platani che la circondano contro gli attentati urbanistici; discorre delle donne dipinte dal Correggio con l’animo di un amante».
Una sorta di alter ego, di geniale «duplicato» di Glauco Lombardi, come dirà Bocchialini. Per la «Gazzetta di Parma» tiene la rubrica «A Vajón» (A zonzo per Parma) e con argute argomentazioni, esposte con fine umorismo tutto parmigiano, coglie dalla cronaca, e dalle manifestazioni di vita più marginali, un motivo di più vasta osservazione morale e umana. Scrive saggi su «Aurea Parma», di cui per una dozzina d’anni è direttore con Francesco Squarcia, sull'annuario della Deputazione di Storia Patria di cui è socio corrispondente, sulle strenne natalizie dell’epoca come «Giallo e blu», che reca anche i contributi di letterati o giornalisti parmigiani strajè a Roma o Milano, come Bevilacqua, Bertolucci, Torelli, Goldoni, Bianchi e altri. Da qui a presidente del Rotary Club il passo è breve. La sua bibliografia, vista retrospettivamente, non è particolarmente rilevante. Si tratta prevalentemente di osservazioni e ricordi, ma, ad esempio, alcune sue ricerche sui lunari parmigiani e sulla maschera tipica de Al Dsèvod sono tuttora attuali e nessun ricercatore della materia può oggettivamente trascurarle, sebbene sulla grafia del dialetto non sempre concordasse col più autorevole Bocchialini suscitando talvolta puntigliose polemiche.
Il gusto vigile e attento alle cose parmensi e l’amore per il patrimonio spirituale della sua terra, con i suoi problemi di arte e toponomastica, coi suoi ricordi farnesiani, napoleonici, risorgimentali, lo appassionano alla raccolta di preziosi cimeli, di stampe, di libri, di scritti rari e inediti. La sua ricca biblioteca gli sopravvive ancora oggi, almeno nella parte più pregiata. Di lui così ha scritto un pronipote, Giuseppe Scotti, che percorre oggi la stessa professione nello stesso nobile palazzo di via Farini: «Per me è più semplicemente, e da sempre, lo Zio Arturo. Di lui è conservata, assieme al ricordo, una foto sbiadita nella sua stanza del tempo che fu. Ma è lo spirito dello Zio Arturo che aleggia tra gli scaffali ricolmi di libri della biblioteca e le porte cigolanti dello Studio-Museo da lui fondato. Capita, a volte, aprendo un cassetto o spostando un manuale di diritto di fine secolo scorso, di ritrovare antichi cimeli, tra questi, i fascicoli di cause dimenticate nel tempo e nella storia».
 

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