Arte-Cultura

Ribellione a ritmo di rock

Ribellione a ritmo di rock
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Francesco Monaco
«Ma che colpa abbiamo noi (se eravamo giovani negli anni Sessanta e Settanta?)». I nostri figli ce lo rinfacciano spesso, vista l’Italia che stiamo lasciando nelle loro mani, ma noi in quell'epoca - oltre a cercare di «abbattere il sistema» - abbiamo anche ascoltato ottima musica. Certo, non tutti eravamo in prima linea, ma la politica impregnava ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero, ogni nostro slogan. Se non eri schierato, semplicemente non esistevi. A destra, ma soprattutto a sinistra, dove ci si ritrovava in centomila alle manifestazioni o al festival del Parco Lambro ma poi (ovviamente) ci si divideva già allora in gruppi e movimenti vari.
 Erano gli anni di Re Nudo e della controcultura, della musica gratis e dei lacrimogeni, dei collettivi e delle prime radio libere. Quando il «sugo» era quello di Finardi, la «locomotiva» (manco a dirlo) la guidava Guccini e l’Area da calcolare si misurava in «gioia e rivoluzione». Certo, in cima all’hit parade c'era Lucio Battisti, ma lui era «un camerata» perchè cantava «mare nero, mare ne...». In quanto a De Gregori, forse troppo «principesco» per gli autonomi del tempo, dovette addirittura subire un processo in diretta, sul palco del Palalido nel 1975: «Se sei un compagno, lascia qui l’incasso», gli intimarono loro, che non sapevamo usare le parole con la sua stessa poetica.
Quegli anni, e quella colonna sonora (con tanto di playlist consigliata in appendice), li racconta molto bene il giornalista e scrittore milanese Luca Pollini - classe 1960, anche collaboratore della «Gazzetta» - nel suo libro «Musica leggera, anni di piombo», (160 pp. edizioni NoReply, 12 euro), utilissima quanto sintetica guida per chi quell'epoca non l’ha vissuta, ma anche un nostalgico ripasso per chi invece l’ha vissuta fin troppo.
«Se ti ricordi gli anni Sessanta, vuol dire che non c'eri», disse una volta l’attore Robin Williams per spiegare il livello di stordimento generale dell’epopea hippy: certo, anche i ragazzi americani all’occorrenza si incazzavano (la guerra in Vietnam, l’omicidio di Martin Luther King), ma almeno loro avevano la possibilità di sognare e far l’amore nei prati di Woodstock o sulle spiagge della California, mentre i coetanei italiani diventavano grandi tra ciclostili e sampietrini. Sono soprattutto Roma e Milano gli epicentri di ogni scossa sociale: Pollini prende in considerazione il periodo che va dalla nascita di «Mondo beat» e dagli scontri di Valle Giulia (tra il '67 e il '68) fino alla morte del cantante degli Area Demetrio Stratos ('79) e al concerto di Bob Marley a San Siro ('80). Un evento luttuoso e uno festoso che di fatto chiudono un’era.
In mezzo c'è tutto e di più: un rosario di sangue, bombe e pallottole (dall’attentato di Piazza Fontana all’omicidio di Guido Rossa) e in parallelo un’inesauribile vitalità musicale, che spazia in ogni direzione. Ci sono il Canzoniere Italiano e gli Stormy Six, la Cramps di Gianni Sassi e i primi testi impegnati a Sanremo, il «prog» tricolore e i cantautori folgorati sulla via di Bob Dylan.
Ma nell’analitica retrospettiva di Pollini emergono anche particolari paradossali che ormai nessuno ricorda più: ad esempio il concerto dei Led Zeppelin del 1971 al Vigorelli (passato alla storia per essere stato interrotto dopo mezz'ora a causa degli scontri tra la polizia e i contestatori che non volevano pagare il biglietto) si svolgeva nell’ambito del Cantagiro e gli «opening-act» - come si direbbe adesso - erano i Ricchi e Poveri, Milva e i Vianella, naturalmente fischiatissimi.
Di là o di qua, insomma, anche nella musica: impossibile restare indifferenti. Miscelando Mario Capanna e Fabrizio De André, se davvero erano formidabili quegli anni, è perché eravamo tutti coinvolti.
Musica leggera,  anni di piombo - NoReply, pag. 160, euro 12,00

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