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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Il discorso del pesce

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Luca Cantarelli
Una cosa non ho mai capito: se mia moglie, la mattina, debba recarsi al lavoro come dice o se, piuttosto, debba partecipare ad una sfilata di cui non sono a conoscenza. Si solleva da letto un’ora prima dell’ipotetica partenza. Neanche male, volendo. Non è sempre stato così. Anni fa si svegliava anche un paio d’ore prima. Poi, nel prosieguo, ha saputo limare i tempi organizzando i passaggi con assoluta professionalità. Sembra infatti una macchina di Formula Uno al pit-stop: tolgo le vecchie gomme, monto le nuove gomme, sfilo l’alettone danneggiato, inserisco quello integro. Tutto questo perché?
Pur essendo una convinta naturalista, non dedica più di tanto alla colazione. Sbocconcella una mela, facendola scorrere lungo l’esofago con l’ausilio di un yogurt liquido e magro.  Il resto dei sessanta minuti che si mette a disposizione viene suddiviso tra la toilette, il trucco e, soprattutto, la vestizione. Quest’ultima, lunga fase, ha inizio con mia moglie che svuota buona parte dell’armadio, ammonticchiando quanto trova sul fondo del letto. Dall’altra parte dello stesso, le gambe rannicchiate, la schiena poggiata al cuscino, c’è il sottoscritto che fin dai tempi della scuola è abituato ad alzarsi all’ultimo minuto, corre in bagno, si scotta il palato col caffè, e si butta addosso jeans e felpa preparati dalla sera prima.
Mia moglie no. In primo luogo deve essere certa delle condizioni meteorologiche. Una certezza che ottiene solo quando spalanca le imposte, allungando riccioli e ciglia fuori dalla finestra.
Poi comincia. Infila le brache, si colloca tra le due ante a specchio dell’armadio e piroetta tre o quattro volte come un’étoile alla Scala di Milano. Che sedere mi fa? chiede.
Non è essenziale che io risponda. Così,  in assenza del mio avvocato, me ne guardo bene dal farlo. Non convinta, si sbottona i pantaloni per indossarne un altro paio. A me sembrano identici, ma anche qui mi avvalgo della facoltà di non parlare. Quindi è la volta di una gonna comprata in saldo su per giù un anno fa. Anche in sconto è ugualmente cara, ma è bellissima, aveva commentato all’atto dell’acquisto. Bellissima, carissima, e mai messa. Anche questa volta, dopo la prova di rito, viene scartata in favore di un vestito intero che, però, cade male. Allora passa alla gonna numero due, più corta di quella bellissima e carissima. Lei osserva le gambe puntate a terra come compassi. All’inizio annuisce, ma lentamente, inesorabilmente, il moto della testa cambia direzione. Alla fine la testa non annuisce più, si scuote da destra a sinistra e viceversa. Anche la minigonna non supera l’esame. Quindi mia moglie si decide per un terzo paio di pantaloni, simili ai primi due, e si concentra sulla parte superiore del corpo.    
«Bah» faccio io, sottovoce. Molto sottovoce. Come un pesce sott’acqua. E lei si gira di scatto.  L’irrequieta insoddisfazione che le stava imbottigliata dentro, e frizzava in attesa di esplodere, attende quell’unica sillaba per far saltare il tappo. «Cosa significa quel bah, eh? Che non mi sta bene niente? Che tanto varrebbe mettere la prima cosa che capita? Oppure che ho acquistato troppi vestiti e che se ne avessi meno farei prima a scegliere? Come te, che metti sempre gli stessi stracci: a lavoro, al cinema, in giardino. O stai pensando al costo di tutta ‘sta roba?».
E così dicendo allunga l’avambraccio verso la punta del letto, come il capocomico quando presenta gli altri attori della compagnia. Ci sono pile di vestiti, borsette, bigiotteria e, in terra, scarpe, scarpine e scarponi, in una baraonda pari solo a quella che potrebbe generare un nugolo di gatti chiuso in una voliera con tanto di uccelli vivi e vegeti seriamente intenzionati a rimanere tali. Non apro più bocca. Quando sta per uscire, tre quarti d’ora dopo dall’inizio delle operazioni di vestimento, mi saluta frettolosamente  con un bacio in punta di labbra, prende le chiavi e si ferma. Lì, proprio all’ingresso, c’è un ultimo specchio verticale, in cui può guardarsi dalla cima dei riccioli alla punta degli stivali. Rimane un istante in contemplazione. 
«Bah» dice soltanto prima di uscire, tirandosi dietro la porta.

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  • Talia

    16 Aprile @ 17.51

    Non male, davvero!

    Rispondi

  • Davide

    15 Aprile @ 18.57

    Leggendo il nome dell'autore mi viene da parafrasare una vecchia pubblicità: un nome una garanzia. Leggendo i racconti di Cantarelli, sia nella forma breve sia in quella più corposa, si rimane sempre colpiti dalla sapida ironia con cui ricama i suoi scritti... qui ci fornisce una breve, ma efficace, saggio delle sue qualità ironiche, perdipiù usando un semplice, si fa per dire, spaccato di vita familiare... Divertente!

    Rispondi

  • Alberto

    15 Aprile @ 16.01

    Bel da mat

    Rispondi

  • Stefano

    15 Aprile @ 12.56

    Un racconto divertente, sagace 'specchio' dei giorni nostri.

    Rispondi

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