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Italia, povertà in crescita

Italia, povertà in crescita
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Francesco Mannoni

La povertà avanza in tutto il mondo e in modo ancora più preoccupante in Italia. Le ultime rilevazioni dell’Istat parlano di oltre quattro milioni di poveri assoluti nel Belpaese, quadro sconcertante che fornisce situazioni di nuove povertà, di famiglie in condizioni di deprivazione sconfortanti. «La recessione in atto – spiega la professoressa Marina Garbellotti docente di storia moderna all’Università di Verona, autrice di ''Per carità'' (Carocci editore, pag. 187, euro 17,00) in cui analizza attentamente ''Poveri e politiche assistenziali nell’Italia moderna'' – dimostra che l’indigenza non è un fenomeno scomparso e che la mancanza di adeguate politiche in questa direzione si ripercuote pesantemente sulla qualità di vita delle persone».
Considerare però l’indigenza in relazione alla penuria di beni materiali è una lettura riduttiva del problema.
Perché? La povertà non risponde solo a dati oggettivi, ma è una costruzione sociale soggetta a variabili temporali, territoriali e soprattutto culturali. La povertà c’è sempre stata, e forse bisognerà interrogarsi sulla figura dei poveri, e sulle politiche che sono approntate per far fronte a queste categorie, alcune delle quali sono scomparse. Pensiamo ad esempio alle donne considerate povere nell’onore: le attenzioni per la preservazione delle virtù non esistono più perché questo aspetto della femminilità ha perso valore e significato. E’ quasi scomparsa anche la piaga dei ragazzini abbandonati a se stessi. Il fenomeno dell’esposizione è diminuito notevolmente per via dell’assistenza dedicata alla maternità in tutti i suoi aspetti.
Ci sono somiglianze e diversità fra i poveri di ieri e quelli di oggi?
Debbo dire che tendo a trovare più somiglianze che diversità fra le figure dei poveri attuali e quelli che popolano il mio libro. Penso ai poveri che lavorano e che compaiono nelle cronache. I poveri abili come li chiamano oggi sono la categoria più debole, e sono gli stessi che troviamo nel passato.
Un male endemico quello della povertà?
Direi un dato storico accertato. Il mio studio, a partire dal XVIII secolo, s’inoltra nei secoli dell’età moderna che si presentano come una sorta di laboratorio di tentativi e soluzioni per contenere il numero dei poveri. I poveri però continuano a crescere. E’ un fenomeno al quale si sarebbe dovuto far fronte già tempo fa, non aspettare che questa cifra aumentasse in maniera così allarmante. Invece, stando agli ultimi rilievi, è destinata a crescere ancora.
Perché la povertà aumenta soprattutto in questi ultimi anni?
La povertà cresce in modo esponenziale in questi tempi di crisi perché anche i poveri che hanno un’occupazione hanno un reddito molto basso. In situazioni precarie, a fronte di un aumento del costo della vita senza un aumento del salario, si trovano in estrema difficoltà. In passato la situazione era anche più drammatica perché mancavano degli adeguati ammortizzatori sociali: non esisteva, oltre al concetto di attenzione, un’assicurazione contro gli infortuni e una sanità pubblica. Oggi questi ammortizzatori ci sono, ma forse non sono più sufficienti a garantire quei tenori di vita ai quali c’eravamo abituati negli anni del boom economico.
E questo rende difficile l’accettazione della situazione in cui ristagna l’economia globale?
Oggi siamo meno preparati a fronteggiare la povertà, la cui presenza sembra un fattore ineluttabile in ogni società. Se in passato il tasso di povertà era determinato dalle carestie che talvolta portavano il prezzo di un chilo di pane a quasi il 50 per cento della paga di un salariato, oggi è la crisi economica a gettare sul lastrico milioni di persone. Ma anche se aventi atmosferici e cicloni economici possono diventare quasi una sorta di giustificazione, penso che con strumenti adeguati si potrebbe arrivare a ridurre notevolmente la povertà, se non addirittura a sconfiggerla.
Quali dovrebbero essere gli strumenti adeguati?
Non sono una sociologa ma credo che investire di più sulle politiche sociali, potrebbe dare risposte confortanti. E forse non guasterebbe nemmeno un minimo di rigore. Oggi c’è una corsa al consumismo passata come modello educativo, e non credo che ciò sia utile alla formazione di coscienze più attente alle reali necessità della vita.
La povertà è sempre e solo figlia degli squilibri economici?
No, c’è anche un’idea della povertà, un concetto culturale che è legato a una mancanza di relazioni. Questo valeva in passato e vale oggi. Una persona che arriva da un altro posto, e non ha una rete di relazioni familiari o amicali che la possa sostenere, si trova in maggiore difficoltà. La povertà materiale ha anche una ricaduta sociale: una persona con famiglia che guadagna quel tanto che serve per mantenere i suoi componenti, potrà investire meno sull’istruzione dei figli.
Perché un tempo i poveri erano considerati degli oziosi?
Era passata per oziosa la persona che non aveva un’occupazione. Questa interpretazione comincia a manifestarsi dal Quattrocento in poi con una concomitanza di fattori che sono per lo più legati alla crescita del pauperismo e all’impegno dei governi per il controllo del territorio. Pochi mendicanti non creavano preoccupazione, molti suscitavano paura. La misura più immediata per ridurre la presenza dei poveri provenienti dal contado e da altre realtà urbane consisteva nel bandirli dal territorio. Era una misura di salvaguardia, e un cambiamento dal punto di vista culturale. Si doveva passare da una vita contemplativa a una vita attiva.
In termini sociali, la carità che cos’è realmente?
La carità dovrebbe essere un atto gratuito rivolto a chiunque abbia bisogno, ma in realtà esistono dei parametri per valutare quali siano i poveri meritevoli – se ne parla ancora oggi – per scegliere quali persone devono essere aiutate. Questo dipende anche dalla ristrettezza delle risorse destinate ai poveri.
Per carità - Carocci, pag. 187, euro 17,00

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