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E l'Italia rifiorì in riva all'Arno

E l'Italia rifiorì in riva all'Arno
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Pier Paolo Mendogni

Che la meravigliosa stagione del Rinascimento sia nata e fiorita a Firenze è un fatto incontestabile, ma sui motivi che l’hanno generata il dibattito è aperto. A far luce sugli inizi di questo straordinario movimento che ha finito per coinvolgere e mutare tutta l’arte occidentale è una superba mostra, ricca di esemplari capolavori, allestita a Palazzo Strozzi (fino al 18 agosto) intitolata «La Primavera del Rinascimento» e che già nel sottotitolo indica la chiave di lettura - «La scultura e le arti a Firenze 1400-1460» - che ne danno i curatori, Beatrice Paolozzi Strozzi, direttore del Museo del Bargello, e Marc Bormand, conservateur en chef del dipartimento di scultura del Louvre, dove l’intera rassegna traslocherà a settembre. I due studiosi hanno pure curato un monumentale catalogo, ricco di saggi destinati ad aprire nuovi illuminanti approfondimenti. La data d’inizio del Rinascimento viene ormai convenzionalmente fissata al 1401, l’anno della realizzazione delle due formelle col Sacrificio di Isacco eseguite da Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi per il concorso per la seconda porta del Battistero di San Giovanni. La città stava vivendo un periodo particolare, qualificato come «Florentina libertas». Le istituzioni repubblicane avevano creato prosperità economica, libertà politica, pace sociale e si richiamavano orgogliosamente all’eredità dell’antichità romana che gli umanisti avevano riscoperto nei testi classici come «un insieme di valori e di conoscenze capaci di incidere non solo sulla morale individuale, ma sulla vita politica, sociale, religiosa e artistica, dando vita a una nuova cultura». Antichità quindi non da ricopiare nella forma ma da assumere come ideale di sostanza cui tendere. E Leon Battista Alberti già nel 1436 registrava il cambiamento avvenuto nel campo delle arti indicandone come promotori Brunelleschi, Donatello, Lorenzo Ghiberti e Luca Della Robbia, ossia gli scultori. E la partenza del percorso – composto da 140 opere suddivise in dieci sezioni – è segnata da un imponente cratere romano in marmo con una scena bacchica e dalle sculture di Nicola e Giovanni Pisano, Arnolfo di Cambio, Tino da Caimano (oltre che da una «Madonna dolente» di Giotto) che mostrano come questi artisti si siano formalmente ispirati ai modelli antichi, affiancati dal filone gotico dei francesi. La «rinascenza» diventa «rinascimento» nei rilievi in bronzo dorato del Sacrificio di Isacco di Ghiberti e Brunelleschi, il primo vincitore del concorso, il secondo conservato dalla commissione che invece fece fondere tutti gli altri modelletti presentati. Vedendoli affiancati si nota come Filippo frammenti le figure in tutto lo spazio con eleganza e la precisa citazione in un servo del celebre «Spinario» marmoreo del I sec. a. C. (visibile a fianco) mentre Lorenzo concentra la scena sulla drammaticità del gesto di Abramo arricchendo la descrizione con suggestivi virtuosismi nei panneggi e nelle rocce. Il modello dell’ardita e innovativa cupola di Santa Maria del Fiore, progettata dal Brunelleschi, completa la splendida introduzione. Le Vittorie alate romane vengono trasformate in angeli dal Ghiberti nell’arca dei santi Proto, Giacinto e Nemeso. Gli «spiritelli» alati trovano largo impiego nella scultura civile e religiosa in varie forme, compresa quella, senza ali, dell’irridente «Putto mictans». Ma soprattutto venivano recuperati i grandi modelli della statuaria pubblica in cui Donatello raggiungeva un vertice supremo nella grandiosa statua in bronzo dorato – perfettamente restaurata – di «San Ludovico di Tolosa» in cui insieme allo sciolto realismo delle stoffe emerge la bellezza del volto ascetico, sintesi di realismo e idealizzazione. La stessa sintesi si ha nel «Busto reliquiario di San Rossore» mentre l’intensa ed espressiva «Testa di profeta» può ben raffrontarsi allo «Pseudo Seneca» romano e pure al grande «San Matteo» del Ghiberti. Il recupero dei grandi monumenti equestri avveniva fuori città per motivi politici ma Filarete eseguiva un piccolo Marc’Aurelio «da camera». Fioriscono le sculture in terracotta dipinta e la pittura recupera il tono «grave» della scultura con rappresentazioni di una consistente plasticità e un efficace realismo testimoniati dal «San Paolo» di Masaccio,  dalla «Madonna dell’Umiltà» di Filippo Lippi, dagli appariscenti «Uomini e donne illustri» di Andrea del Castagno posti all’interno di un’architettura classicheggiante da cui pare vogliano uscire. La «rivoluzione» prospettica rinascimentale, emersa in campo pittorico, ha avuto riflessi nei rilievi scultorei e il «San Giorgio e il drago» (1417) è il primo lavoro in cui Donatello usa lo stiacciato, imprimendo una svolta alla rappresentazione dello spazio. Dalle grandi alle piccole opere: le tenerissime Madonne con Bambino di Brunelleschi, Donatello, Luca della Robbia (squisite le sue candide, lucenti, terrecotte invetriate), Filippo Lippi si diffondono nelle case portandovi la nuova bellezza. Anche gli istituti di pubblica assistenza sono degli importanti committenti e grazie a loro abbiamo un elegante «Presentazione al tempio» di Gentile da Fabbriano, pregevoli codici miniati ma soprattutto due splendide toccanti terrecotte di Dello Delli – misterioso artista di notevole interesse - rappresentanti «l’Incoronazione di Maria» e «Cristo che mostra la piaga del costato». Verso la metà del secolo il mecenatismo si spostava nelle grandi famiglie e molti personaggi di rilievo vengono ritratti da Desiderio da Settignano, Mino da Fiesole, Antonio Rossellino secondo i canoni della classicità romana; solo Marietta Strozzi appare come astuta, vivace protagonista del proprio tempo e col modello del palazzo della sua casata (1460), il più grandioso del Rinascimento fiorentino, si chiude questa imperdibile rassegna.
 

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