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Arpino, tenerezza trafitta d'amore

Arpino, tenerezza trafitta d'amore
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Sergio Caroli

A  venticinque anni dalla morte di Giovanni Arpino (1927-1987) l'editore Aragno pubblica 167 lettere inedite che, fra il 1950 e il 1962, Arpino scrisse a Caterina Brero, prima fidanzata e poi moglie dello scrittore. Traboccanti d’amore e di tenerezza («il mio natale saprà odore di treno e non di te»),  affiora in esse la ricchezza e la complessità dell’uomo dal carattere generoso e ribelle, estroso e schivo attraverso fasi decisive della sua esistenza: dal servizio militare alla paternità, dai viaggi all’attività di romanziere e di giornalista, ai rapporti con gli editori. Vi erompono talora immagini e pensieri balenanti, intrisi di ironia e di autoironia, ma ne emerge anche l’anima di un grande esteta. «I colori di Van Gogh – scrive  il 15 marzo 1952 - hanno perso in mezzo secolo quella lucentezza e quella forza di illuminazione famose in lui. Però è certo che in quel grano nelle pianure di Arles e in quel caffè di notte e in quel rosso di pantaloni dello zuavo francese, tutto quello di me che non è legato alle vigne di Bra o ai pozzi del verderame o al colpo di coda della vacca nel sole, tutto il resto abita dentro quei quadri: e certamente in quel grano ho dormito e visto crescere il sole settanta volte in un’ora».
Sono a colloquio con la signora Brero Arpino e con Giovanni Tesio, ordinario di letteratura italiana presso Università degli Studi del Piemonte Orientale, autore dell’introduzione a «Lettere a Rina» (pp. 388, euro 15).
Signora Brero, perché le lettere di suo marito vengono pubblicate solo oggi?
E’  stato un dilemma lunghissimo, perché sono state scritte quando io avevo diciassette anni e oggi ne ho ottantadue. E’  quindi passato moltissimo tempo.  Sono sempre stata indecisa se pubblicarle o no. Poi ho incontrato dei suoi lettori molto qualificati, come ad esempio il professor Scanzano dell’Università di Roma, che aveva scritto un libro su Arpino. Quando mi incontrava la prima cosa che mi chiede è: «Come era Arpino nell’intimità?». Ho capito che al lettore interessava molto l’umanità di Arpino e allora ho deciso di pubblicarle prima di morire.
  Le è possibile esprimere a parole l’essenza spirituale di suo marito?
Aveva scritto tantissime cose e le aveva tenute per sé. Quindi mi sono trovata vivere con un uomo che era nato con le caratteristiche tipiche dello scrittore.  Era un uomo molto generoso, sia con me che con mio figlio, ma era anche uno spirito libero e molto esigente con gli altri come con se stesso. Ad esempio, non desiderava che lavorassi. Fu la ragione del primo grande attrito fra noi. Io mi ero laureata in scienze naturali, non mi andava di rimanere in casa e ho sempre insegnato. Giovanni dopo molti anni l'ha apprezzato.
Quali doti apprezzava maggiormente negli uomini?
Amava molto la sincerità. Non era facile fare amicizia con Arpino. Io credo che di amici ne abbia avuti pochissimi. Era molto difficile anche sincronizzarsi con la sua vita. Ha ricevuto amicizia nell’ambiente suo. E’ stato molto amato da Vittorini, da Sereni e poi da altri scrittori.
Prediligeva l’attività di romanziere oppure quella di giornalista?
Giovanni è un grandissimo giornalista. Infatti quando io rileggo le sue pagine, resto sempre dell’idea che sia di una grandezza unica. Come romanziere – ha scritto tredici romanzi – ci teneva moltissimo a questa produzione. Ma non si è mai espresso in proposito. Diceva: «quando io scrivo scrivo». Però io, come moglie, ho sempre apprezzato moltissimo i suoi scritti giornalistici. Era letto da tutti.
Professor Tesio, che rapporti ebbe con Arpino?
Non sono stato «amico»  di Arpino, nemmeno l’avrei osato. Ma so che ha avuto stima di me e me l’ha anche dimostrato.
Parlando del loro bimbo, Arpino scrive alla moglie: «Non cominciamo a peccare per quel che riguarda Masino. Non dissociamoci da quelli che sono - anche se beato e piccolo, non lo sa - i suoi problemi. Non creiamoci davanti a lui, figure diverse da quelle che l’istinto lo spinge a credere». Si può parlare di Arpino «educatore d’istinto»?
Se per «d’istinto» si vuol dire senza troppe mediazioni di pedagogie applicate, credo proprio di sì. Non so se Arpino possa essere considerato un educatore, di certo può essere considerato un moralista, in senso classico. Allo stesso modo può essere considerato un uomo capace di ascolto e di accoglienza. Non a caso ha tenuto a battesimo molti giovani che gli si sono rivolti.
«La coscienza – scrive in una lettera - è una brutta cosa, specie in un paese vigliacco come il nostro». Quali altri difetti o vizi degli italiani lo indispettivano?
L’ipocrisia, la «freddezza di ghiacciolo» che rimprovera a Calvino, l’opportunismo, il trasformismo. E, appunto, la viltà.
«Non sono uno scrittore che si diverte a scrivere». Come interpretare questa formula?
Semplicemente alla maniera di Philip Roth: l’ispirazione è dei dilettanti, gli altri vanno a lavorare. Lui parlava di «forza del cestino».
In una lettera scrive:  «Il succo del cervello di Arnoldo Mondadori in persona è questo: autori ne ho molti (sia cattivi che buoni), gente editorialmente ferrata - tecnicamente e culturalmente - ne ho meno». Cosa intendeva?
Che i libri si fanno anche nelle redazioni. Che occhi propizi possono di molto aiutare. Che un libro nasce da un insieme di energie animate da molta competenza.
Che cosa fa di Arpino uno scrittore e un giornalista sempre attuale?
La sua curiosità inesausta, la sua intuizione dei fatti, la sua abilità a spremerne il succo, la sua disponibilità a cogliere gli attimi, la sua incredibile densità di racconto e di commento.
Lettere a Rina -  Aragno, pag. 389,  15,00

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