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Isola del dolore e della bellezza

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Ottavio Rossani

Il nuovo libro di Matteo Collura «Sicilia. La fabbrica del mito» è la conclusione di una trilogia dedicata alla sua isola, dalla quale è lontano ormai da quasi 35 anni (vive a Milano) e dalla quale non si è mai liberato. Anzi, ne è talmente impregnato che non può fare a meno di scriverne. I suoi libri sulla Sicilia sono tanti, anzi direi tutti, a cominciare da Associazione indigenti, il romanzo nato da un’inchiesta di cronaca che nel 1979 lo ha rivelato come scrittore (con il riconoscimento di Sciascia e Calvino. La trilogia comprende anche «In Sicilia» (2004) e «L’isola senza ponte» (2007).  Collura si è imposto anche con le eccellenti biografie di Leonardo Sciascia «Il maestro di Regalpetra» (1996) e  di Luigi Piarandello Il gioco delle parti (2010), e con romanzi e reportage storico/letterari, come il bestseller Sicilia sconosciuta (tre edizioni dal 1984). La domanda è: ma allora Collura scrive solo della Sicilia? È solo uno scrittore regionale? Ebbene, no. Quando lo conobbi, nel 1979 e lo intervistai sul suo libro/rivelazione «Associazione indigenti» mi disse «Voglio essere uno scrittore europeo». A ripensarci oggi, devo ammettere che la dimensione di Collura scrittore è in effetti europea, proprio perché si occupa da sempre della Sicilia, del suo mistero e delle sue maschere, dell’estremo rapporto tra vitalismo (ossessione brancatiana per le donne) e morte (la tragedia interpretata in tutte le forme, dalle processioni religiose alle esecuzioni mafiose). E se la Sicilia è «perfetta», è laboratorio d’Italia, è «metafora», la scrittura su questa Sicilia diventa italiana ed europea. Per prima cosa bisogna sottolineare il suo metodo: egli elabora eventi storici e comportamenti, personaggi e segni di follia (la «corda pazza» di Leonardo Sciascia), con una speciale «riscrittura»  di documenti e testi. (Quella «riscrittura»  già praticata da Sciascia).  In fondo Collura non rivela nulla di nuovo sugli eventi  e sui personaggi presi in esame (o, meglio, in ri-esame), ma forgia un ragionamento in forma di racconto (da cui il lettore non riesce a staccarsi fino alla fine), che non rivela ma sembra dare comunque un’illusoria chiarità nella visione delle cose. Non solo: mentre Collura racconta le cose e i pensieri relativi alla tragedia o alla commedia di emblematiche storie siciliane, il lettore si rende conto che comunque non arriverà mai a conquistare il senso razionale di quelle storie. E perché questo? Perché le storie siciliane sono metafore e nello stesso tempo misteri. Che nascono da «miti», e spesso da mitizzazioni. Nel tentativo di indagare e spiegare tali misteri, lo scrittore fa meditazioni, escursioni, fotografie, riprese, disvelando impressionanti sentieri e boschi, pericolosi pendii, orrendi strapiombi, per giungere nello stesso punto dal quale era partito.
 
I misteri siciliani, dunque, restano misteri. Le maschere siciliane restano immobili, come I mostri apotropaici del principe di Palagonia, che sembrano chiari reperti di follia, e invece erano semplici (anzi complicate) fughe salvifiche, in un eccesso scaramantico. E anche tutte le altre storie, tragicomiche o serie, testimoniano eccessi, cinismi o rassegnazioni, senza razionalizzazioni, senza una vera giustificazione umana o storica. Tutto è aleatorio e indimostrato. La «più grande rivoluzionaria che la Sicilia abbia avuto» è Franca Viola, che nel 1965 rifiutò il matrimonio riparatore con il suo sequestratore, sorpreso e umiliato da quel rifiuto. L’aveva rapita per amore, secondo quanto riferì al processo. Ma la giovane donna rivendicò il diritto di essere libera nelle sue scelte di vita. Fu quello l’inizio di un cambiamento di costume che ruppe con tradizioni ataviche e limitative della libertà delle donne. Il mito del «ratto di Proserpina» fu così scalfito definitivamente. Anche se comunque sopravvive nella mente degli uomini che ancora non hanno recepito la portata rivoluzionaria della scelta di Franca Viola, visto che stupri e violenze sulle donne sopravvivono, non solo in Sicilia. E non ci sarà mai chiarezza nella morte di Salvatore Giuliano (tradito dal cugino), che non capì di essere strumentalizzato a fini terroristici da personaggi più scaltri di lui, che lo indussero a sparare sulla folla di Porta della Ginestra (1947). E le storie sono tante: dalla solitaria morte di Bellini abbandonato dai suoi ospiti in una villa parigina, a Cagliostro colto nel suo profilo tragico di falso e di impostore, allo scrittore Vittorini che per sposare la sua amata Rosa Quasimodo (sorella del futuro premio Nobel Salvatore) decise nel 1927 di fare insieme con lei quella «fuitina» rifiutata invece da Franca Viola. Tra i personaggi scandagliati e ri-scoperti da Collura figurano anche  Ippolito Nievo e Enrico Mattei, uccisi forse perché non svelassero pericolose imbrogli; Genco Russo e il suo modo di essere boss mafioso; Pietro Pisani e la sua Real Casa dei Matti di Palermo; eccetera. Se ogni luogo dove si è nati rimane sempre nelle carni e nella mente delle persone («c’è forse in tali memorie qualcosa di aspro e pungente»: l’amato Manzoni, citato in esergo), anche per Collura tale magia allettante o nefasta ha  influito sul sogno fatto in Val Pusterla, quel sogno in cui apparve pungente e trasognante la sua Sicilia, obbligandolo a ricordarla e raccontarla, tra malìa e indignazione, per quell’aspetto «irredimibile» della sua terra che già prima di lui Sciascia, Brancati e Pirandello hanno dipinto con angoscia e amore. Collura si è innestato, con pieno diritto, dentro questa scia letteraria, siciliana, italiana ed europea. 
Sicilia. La fabbrica del mito - Longanesi, pag. 205, 18,00

 

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