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L'uomo che vide l'inferno

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Francesco Mannoni

Quanti dei sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento avrebbero potuto salvarsi se le forze alleate avessero dato ascolto al messaggero che lo Stato segreto polacco aveva inviato per informarli di ciò che stava accadendo agli ebrei polacchi? Giovane ufficiale della riserva polacca unitosi alla Resistenza nel 1939, Jan Karski (pseudonimo di Jan Kozielewski- Lòdz 1914 – Washington 2000) fino al 1943 fu l’emissario che informava il comando alleato degli orrori, messi in atto dai nazisti. La sua storia, avventurosa e incredibile, ha le dinamiche di un film: incaricato di tenere i collegamenti con lo Stato segreto polacco e gli organi ufficiali del governo in esilio a Londra, Karski compì spericolate missioni, e la più strabiliante fu quella di infilarsi nel ghetto di Varsavia e nel campo di transito di Belzec per documentare la persecuzione degli ebrei. Catturato prima dai sovietici e poi dalla Gestapo che lo torturò lasciandogli vistose cicatrici sulla faccia, riuscì a porsi in salvo con una fuga a dir poco rocambolesca, per raccontare a tutto il mondo in guerra le malefatte dei nazisti. Non ottenne ascolto e i potenti della terra, il presidente Roosevelt compreso, furono poco sensibili alla sorte degli ebrei. Anzi, sembrava che pur sapendo del genocidio, nutrissero ancora dei dubbi sulle reali intenzioni dei tedeschi. Alla fine del conflitto Karski si stabilì in America e affidò a «La mia testimonianza davanti al  mondo»  (Adelphi, pag. 513,32,00) i ricordi delle sue peripezie a proposito della «Storia di uno Stato segreto» di cui era stato l’anima più esposta. Solo nel 1985 dopo essere stato intervistato dal regista Claude Lanzmann per «Shoah», il mondo si ricordò di lui, e fu nominato cavaliere dell’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca, dal presidente Lech Walesa e fu candidato al Nobel per la Pace da Israele nel cinquantesimo anniversario della nascita dello Stato Ebraico. Il 29 maggio 2012 Barack Obama ha insignito Jan Karski della Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile alla memoria. Il libro pubblicato a Boston nel 1944, non era mai stato tradotto in Italiano, forse, ipotizza il curatore dell’opera, il professor Luca Bernardini, che insegna letteratura polacca all’università Statale di Milano, «per colpa delle politiche editoriali e anche per una sottovalutazione dell’apporto dato dai polacchi allo sforzo bellico contro i tedeschi. Il testo era stato pubblicato in inglese e quindi sarebbe potuto arrivare subito in Italia, ma sospetto si sia trattato della distrazione di un’editoria che inizialmente aveva detto di no anche a Primo Levi. Una svista colossale».

Come si potrebbe definire oggi Jan Karski? Un patriota o qualcosa di più?
Io l’ho definito corriere, testimone, messaggero, personaggio. Una pubblicazione polacca qualche anno fa lo definì una delle personalità più importanti del ventesimo secolo. Ma è una figura anche abbastanza contraddittoria. Nel libro appare come una persona disimpegnata, quasi frivola che, travolta dal turbine della guerra, si fa sempre più carico degli altri. Al punto che quando riesce a toccare con mano la tragedia degli ebrei, rimane completamente ossessionato dal problema. Dopo la guerra affronta il suo fallimento personale di non essere riuscito a convincere chi doveva, e cercherà di riprendere le fila di un’esistenza normale. La cosa più straordinaria è che sia stato riscoperto dal regista di «Shoah»  e sia venuta fuori la sua grande figura di uomo oltre che di scrittore. La sua testimonianza nel film è una delle più commoventi e sconvolgenti soprattutto a fronte dell’impotenza, del sapere le cose e non riuscire a trasmetterle. Che poi è esattamente ciò di cui parla anche Primo Levi ne «La tregua».

Qual era lo scopo del libro?
Il libro nacque dal desiderio di testimoniare lo sforzo bellico fatto dalla Polonia, l’unico paese che non attuò nessuna forma di collaborazionismo con l’occupante nazista, cosa che invece è avvenuta in tutti gli altri paesi europei occupati. La resistenza polacca messa in atto dall’intera società ebbe lo stesso impatto di uno sforzo militare bellico tradizionale. Il popolo polacco subì spaventose perdite, e l’unico elemento che manca nel libro, per ovvie considerazioni di ordine editoriale, è il riferimento all’insurrezione di Varsavia nell’agosto del 1944, che vide la sollevazione del popolo contro l’occupante nazista e finì con la sconfitta e la morte di duecentomila civili. Non ci sono perché Karski ha riferito solo ed esclusivamente ciò che vide. 

Perché i grandi della Terra ai quali portò la sua testimonianza, non gli dettero ascolto?
Quando arrivò a riferire ai grandi della Terra quello che stava succedendo, si rese conto che lo sapevano già. In parte i suoi rapporti clandestini erano stati recapitati e letti prima che arrivasse a Londra; in parte le autorità l’avevano appreso dai rapporti del congresso ebraico mondiale. Ma non è che lui non sia stato creduto: gli alleati hanno rifiutato di assumere le misure richieste dai responsabili della comunità ebraica in Polonia per cercare di frenare le politiche dei nazisti contro gli ebrei, l’unico popolo cui era stato riservato un trattamento di sterminio totale. Non si volle capire qual era stato il salto di qualità del conflitto. La reazione delle potenze occidentali fu convenzionale: ottenere la vittoria militare che avrebbe messo fine allo sterminio degli ebrei. In realtà si trattava di intraprendere delle misure di rappresaglia per salvare tante vite, ma non si fece nulla.

Qual è oggi il valore della testimonianza di Karski, alla luce di quanto già sappiamo sulla Shoah?
Il libro serve a dimostrare che dello sterminio lo sapevano all’interno della società tedesca, e lo sapevano le stesse potenze occidentali che non hanno fatto nulla per fermare i nazisti. La morale che se ne può trarre è la più pessimistica possibile: tutto questo potrebbe capitare di nuovo.

La mia testimonianza davanti al mondo
Adelphi, pag. 513, euro 32,00

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