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Una città delusa ma non vinta

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Ubaldo Delsante

La Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, nel pubblicare i contributi presentati dai soci durante le sedute del 2011, tenuto conto del carattere monografico di quelli della sezione di Parma, ha optato per raggrupparli in un volume a parte quale supplemento del numero consueto dell’Archivio Storico, dove invece sono stati editi i saggi delle altre sezioni. Il volume (Tip. Riunite Donati, pagine 160) curato da Leonardo Farinelli, comprende, infatti, le relazioni svolte durante il convegno organizzato dal sodalizio il 4 dicembre 2011 sul tema «Parma capoluogo di provincia del Regno d’Italia», incentrate sul nuovo ruolo della città all’indomani dell’Unità d’Italia, non più capitale ma ancora in grado di guidare lo sviluppo economico, sociale e culturale della neonata provincia.
Nella sua presentazione, il presidente emerito della Deputazione, Marco Pellegri, attingendo da una guida di Carlo Malaspina in occasione della visita a Parma di Vittorio Emanuele II nel giugno 1860, nota come il lettore può individuare i temi e i contenuti del volume, dai quali si profila una città delusa, ma non vinta; di una popolazione che, se alle prime difficoltà incontrate, a causa del nuovo regime, può anche provare una certa nostalgia del Ducato, con sano realismo e attingendo ai valori della propria tradizione, cerca e per tappe successive, riesce a trovare, una sua precisa collocazione nel Regno d’Italia.
Il prefetto Luigi Viana, partendo dai dati dei censimenti, che segnano già nel primo decennio dopo l’Unità una diminuzione di abitanti, da 47 e 45 mila con lieve diminuzione anche nel decennio successivo, delinea i contorni del decadimento della situazione economica e sociale della provincia, nonostante i lavori pubblici ordinati dal Comune e gli sforzi delle istituzioni assistenziali. Si aggiunse poi la spogliazione dei palazzi già ducali, i cui arredi e opere d’arte andranno ad ornare altre sedi del nuovo potere sabaudo, a Roma in particolare. Complementari a questo contributo sono le ricerche di Giorgio Sulpizi che si sofferma sull'ordine pubblico a Parma turbato, ma sempre tenuto sotto controllo dalle autorità, dalla presenza di alcuni disertori dell’esercito ducale che non avevano voluto integrarsi nel nuovo ordinamento nazionale. Preoccupava anche la situazione sociale dell’Oltretorrente, ma i fatti che più scossero nel periodo l’opinione pubblica furono gli assassini di Luigi Anviti e il famoso episodio della banda di Bogolese, rimasti fortemente radicati nella memoria collettiva ancora oggi.
Giancarlo Forestieri in poche ma dense pagine compendia le motivazioni che portarono, proprio in coincidenza con l’Unità, alla nascita della Cassa di Risparmio di Parma. L’economia della provincia, basata sull'agricoltura, è notevolmente arretrata e le tecniche di coltivazione sono ancora primitive. La Cassa promuove il risparmio quale prima fase fondamentale di costituzione di un tessuto economico, quindi si pone in una posizione di guida nel lento e faticoso movimento verso la promozione del contesto sociale ed economico soprattutto indirizzando i propri forzi verso la modernizzazione dell’agricoltura. Cornelio Guerci, consigliere e in seguito presidente dell’Istituto, fa venire a Parma l’agronomo e organizzatore Antonio Bizzozero: nascono la Cattedra ambulante, il Consorzio agrario e le Casse rurali, preparando la provincia ad indirizzarsi verso l’economia agroalimentare che la caratterizza tutt'oggi. La Cassa di Risparmio, conclude lo studioso, già un secolo e mezzo fa si è posta dunque come banca di sviluppo evitando di appiattirsi su posizioni statiche di pura «pubblica utilità».
La vita scientifica a Parma è sintetizzata da Mauro Carcelli, che ricorda come già la duchessa Luisa Maria nel 1854, riaprendo l’Università dopo un periodo di chiusura dovuta a motivi politici, decide di dotarla di facoltà scientifiche come medicina e fisico-matematica, nonché di scuole di ostetricia, farmacia e veterinaria con un nutrito numero di docenti. Nel 1859 la cattedra di storia naturale è assegnata a Pellegrino Strobel che, assieme a Gaetano Chierici e Luigi Pigorini, diventerà uno scienziato di livello internazionale. Anche l’Istituto Tecnico, con la scuola di agronomia e agrimensura, di cui fu presidente Camillo Rondani, contribuirà allo sviluppo agrario della provincia.
Note meno liete vengono dalla relazione di Raffaele Virdis che si sofferma su di una gravissima forma di malattia diffusa nelle campagne e dovuta alla scarsa o cattiva alimentazione: la pellagra, che poteva portare anche alla pazzia. Nota e descritta dai medici fin dal Settecento, la pellagra o "mal de la rosa" a causa delle manifestazioni cutanee che provocava, colpì duramente il Parmense fino agli anni Trenta del Novecento inducendo le autorità a promuovere in alcuni comuni degli appositi ambulatori medici e "locande sanitarie", dove i più poveri potevano trovare cibi più sani e nutrienti, come quella di Pellegrino, voluta dal medico locale Pietro Corsini col sostegno, ancora una volta, della Cassa di Risparmio.
Soffermandosi sulle figure di Anna Maria Adorni, Guido Maria Conforti, Agostino Chieppi, Eugenia Picco, Lino Maupas e Andrea Carlo Ferrari e sulla loro azione religiosa, ma anche sociale, rivolta al sostegno degli strati più deboli della popolazione, Tilla Brizzolara si pone una domanda intrigante: Parma, terra di santi o da evangelizzare? La risposta sembra essere che l’azione religiosa nella sua completezza non si esaurisce mai. Restando in tema, Elena Mantelli affronta per sommi capi gli interventi dei vescovi di Parma, da Cantimorri fino a Colli, sulla formazione del proprio clero delineando le istituzioni dei seminari di Berceto e di Parma e illuminando le figure dei prefetti che ne ressero le sorti interpretando gli indirizzi dei rispettivi presuli alla luce degli orientamenti che giungevano dal Vaticano.
Maurizio Palladini apre una pagina poco nota della nostra provincia fornendo notizie sulla nascita delle comunità protestanti di Parma e di Mezzano Inferiore dopo l’Unità. Degli aspetti amministrativi e gestionali del Teatro Regio, con particolare riferimento alle vicende dei proprietari del palchi, o "palchettisti", si occupano Paolo Andrei, Federica Ballucchi e Katia Furlotti i quali anticipano i risultati di un’indagine ad ampio raggio che stanno compiendo in ambito universitario sull'Archivio storico del teatro. Alice Setti, già autrice di un fondamentale studio sul Cimitero della Villetta uscito nel 2010, incentra la sua relazione sulle nuove forme in cui viene inteso il camposanto dopo l’Unità come luogo di memoria storica e artistica. Le novità più evidenti risultano l’applicazione della fotografia nelle lapidi, iniziata verso la fine degli anni Sessanta, e l’uso sempre più generalizzato della lingua italiana anziché del latino nelle epigrafi.
 

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