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Il Maestro e i debutti al Regio

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 di Giuseppe Martini

Pubblichiamo la testimonianza di uno dei due autori dei volumi «Le prime di Verdi a Parma»: lo studioso racconta di cosa trattano e come sono strutturati.

E'vero, Parma non ha mai avuto prime assolute di opere verdiane, ma ogni prima apparizione di ciascuna opera di Verdi sul palcoscenico del Teatro Ducale poi chiamato Teatro Regio, è stata per Parma una prima assoluta, un impatto ogni volta particolare con le novità proposte dal maggior compositore d’opera italiano dell’Ottocento. Ed è sull’usta di ciascun primo allestimento di opere verdiane a Parma che ci siamo messi in questi due volumi intitolati semplicemente «Le prime di Verdi a Parma», pubblicati dall’editore Mattioli 1885 di Fidenza e distribuiti in allegato alla «Gazzetta di Parma» rispettivamente sabato 11 e sabato 18 maggio prossimi a 8,80 euro più il prezzo del quotidiano, e che saranno presentati alla Casa della Musica martedì  alle  17,30. «Ci siamo» vuol dire chi scrive e Gian Paolo Minardi, stimolati da un’idea di Mara Pedrabissi e grazie al supporto dell’editore Mattioli 1885 che ha accolto la proposta lavorando con passione alla realizzazione di due volumi che cercano di raccontare l’identità di ciascuna opera verdiana e il suo rapporto con il pubblico di Parma ad ogni prima apparizione. Questo lavoro ha comportato un duplice binario di intervento. Per ogni scheda d’opera, nell’ordine della loro prima apparizione a Parma (quindi da «Nabucco», 1843, a «Jérusalem», 1986), si trovano due testi. Nel primo, Gian Paolo Minardi traccia un profilo dell’opera stessa identificandone proprio quegli aspetti essenziali relativi alla sua nascita, all’inserimento nel quadro della produzione verdiana e alle osservazioni critiche che le sono tradizionalmente legate, sfruttando quella propensione alla sintesi e alla parola esatta che si rende necessaria in occasione delle presentazioni sulla Gazzetta di Parma alla vigilia di ogni allestimento: quindi un modo già per porre sul piatto il rapporto fra linguaggio giornalistico e pubblico e la scelta di quegli elementi caratterizzanti di un’opera che possano coniugare informazione di base e orientamento critico. Nel secondo, il sottoscritto si è dedicato a una ricerca documentaria utilizzando principalmente le fonti giornalistiche dell’epoca e il materiale dell’Archivio Storico del Teatro Regio per ricostruire la nascita e l’andamento del primo allestimento al Regio di Parma di ogni opera verdiana: va da sé che si tratta quindi di uno spoglio legato per lo più all’Ottocento – ventitré delle ventinove opere schedate sono state date per la prima volta a Parma fra 1843 e 1896, e fra queste le prime tredici in soli dodici anni – e che quindi obbliga il lettore a prendere confidenza con un mondo teatrale assai diverso dal nostro, come già addita nella sua introduzione Gian Paolo Minardi, organizzato secondo meccanismi oggi in parte desueti, alla comprensione dei quali è stato necessario premettere una breve introduzione che possa rendere un poco più familiare il lettore a concetti quali la dote teatrale, il bacile, il canone dei palchi, e introdurre a una dimensione in cui le furbizie impresariali e il potere dei cantanti erano decisivi per la formazione e l’andamento di una stagione. Da qui si capirà allora che nella narrazione di ogni primo allestimento verdiano al Regio non ci si è limitati alla valutazione delle recensioni giornalistiche, utilizzando in primo luogo la Gazzetta di Parma e anche altre fonti non locali in grado di fornire punti di vista o notizie d’interesse, ma si è allargato lo sguardo alla sua storia organizzativa. Ciò ha significato seguire carteggi, confrontare dati, valutare rapporti personali fra i soggetti coinvolti nella vita teatrale di allora. E ovviamente anche verificare l’atteggiamento di Verdi nei confronti degli allestimenti del Regio: rapporto che sarà stato di spettatore, come per «Nabucco» nel 1843 o nella «Forza» del 1873 (ma in modo diverso: nel primo caso per raccogliere gloria, nel secondo per spiare le magagne della messinscena), di voluto disinteresse (magari tenendosi informato a distanza) o, come per la celebre «Aida» del 1872, di allestitore in prima persona. Alcuni lettori ricordano forse gli articoli che chi scrive ha dedicato negli ultimi anni ad alcune di queste prime sulla pagina «Tutta Parma» di questo giornale. Bene, il modello è lo stesso, ma ampliato nell’informazione storica, fornendo anche alcuni dettagli sulla vendita degli ingressi al botteghino: un racconto che si è tentato accattivante, sperando di esserci riusciti almeno un poco, senza rinunciare alla precisione. La collaborazione offerta dall’Istituto nazionale di studi verdiani ne è del resto garanzia di giustezza documentaria. Si è cercato anche un ricco supporto iconografico che non fosse meramente decorativo. La scelta è stata fatta principalmente attingendo al bacino dell’Archivio Storico del Teatro Regio conservato alla Casa della Musica e a quello dell’Istituto nazionale di studi verdiani, e per gli allestimenti dal 1972 a un altro eccezionale archivio, quello dello Studio Montacchini, operando una scelta mirata proprio insieme a Gianluca Montacchini. Si è aggiunta anche la disponibilità del Museo teatrale alla Scala, che ha fornito con squisitissima cortesia alcune immagini non facilmente reperibili di alcuni protagonisti. Ne esce un apparato iconografico che dialoga con il testo, che sia sua volta informazione anche evocando mondi: inserendosi quindi coerentemente con il tipo di lavoro svolto. Infine, questi due volumi, ciascuno di oltre duecento pagine, sono ovviamente un modo per parlare della città da un punto di vista diverso. È inutile dire che il rapporto con Verdi è costitutivo e identitario per Parma. Seguire progressivamente, talvolta anno per anno, come si è evoluto dalle origini a oggi è anche un modo di raccontarci, e non solo ritrovando luoghi e immagini e vestigia, ma anche cercando perché siamo così, e magari nel nostro piccolo prendercene anche la responsabilità: che è il senso in fondo di ogni lavoro sulla storia.
 

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