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Le note del tempo perduto

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Gian Paolo Minardi

La musica nell’opera di Proust, una filigrana di lettura e di introspezione entro lo sconfinato fluire della «Recherche»: a svelarne la complessità di esiti, movendo dalla curiosità contingente di fissare un’identità storica alla «petite phrase», è stato Luigi Magnani che ha illuminato le esperienze musicali dello scrittore per arrivare a rischiarare zone più impalpabili, dominio della coscienza, in cui la musica è atteggiarsi invisibilmente figurato di più remoti slanci, «pressentiment... des allégresses de l’au delà». Una spirale che emergendo da una colorita, a volte svagata presenza mondana stringe e sublima, elevandoli ad altezze impensate, i motivi colti dall’esperienza; nutrita quella musicale da Proust con autentico fervore; l’assidua frequentazione dei concerti, la presenza nei salotti «à la mode», a quelle riunioni mondane che mescolavano con caleidoscopica vanità letterati, pittori e musicisti e dalle quali lo scrittore traeva provocazioni destinate non di rado ad alimentare la grande metafora della «Recherche». E’ in una di queste occasioni che Proust conosce Reynaldo Hahn, il musicista col quale avrebbe poi diviso una delle amicizie più strette, destinata a nutrirsi, fino alla morte dello scrittore, di un’intimità sottile e necessaria, come ci lascia intendere la fitta corrispondenza, testimonianza di rara e singolare intensità. Hahn è inevitabilmente una presenza importante nella «Recherche»: «Je veux que vous y soyez tout le temps – gli scriveva Marcel – mais comme un Dieu déguisé qui aucun mortel ne reconnâit». Il giovane Hahn, nato a Caracas nel 1874 ma trasferitosi a Parigi a soli quattro anni, fu iniziato alla musica in giovanissima età e subito entrò come una presenza di straordinaria attrazione in quei salotti parigini suscitando l’incanto di intellettuali e poeti, da Loti a Anatole France, da Verlaine a Mallarmé, che lo ritrarrà in una deliziosa quartina:           Le pleur qui chante au langage          Du poète, Reynaldo          Hahn tendrement le dégage,          Comme en l’allée un jet d’eau. Il fascino che il giovane Hahn, «occhi scuri, pelle olivastra, un bel viso austero e baffetti bruni», destava nei salotti parigini era legato al modo con cui intonava le sue melodie su versi di poeti, di Verlaine in particolare – le deliziose «Chansons grises» - accompagnandosi al pianoforte: «Aveva una voce tenorile, leggera ma ricca; si accompagnava da solo rovesciandosi all’indietro, con gli occhi semichiuse e l’aria ispirata. Un osservatore maligno avrebbe notato che nel cantare girava la testa da una parte e dall’altra come un uccello, scrutando di fra le lunghe ciglia l’uditorio per assicurarsi che tutti fossero debitamente ipnotizzati». Proprio ascoltandolo nelle «Chansons grises» lo aveva conosciuto Proust nel salotto di M.me Lemaire dove queste pagine erano destinate a furoreggiare, momento irresistibile della serata, ancora per molti anni. Ma sarebbe ingiusto racchiudere l’immagine di Hahn soltanto entro la raffinata cornice mondana della Belle Époque, dimenticando che il musicista, allievo amatissimo di Massenet, pur rimanendo ancorato ad una visione retrospettiva sarà uno dei testimoni attivi della vita musicale francese, anche come critico sottile, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1947. Ci aiuta a ritrovare con più aderenza il profilo del musicista un cofanetto di quattro Cd realizzato dalla milanese «Concerto», accompagnati da un raffinato dvd che ricompone i vari aspetti della sua personalità, soprattutto il senso di rigore con cui distillava quella melodie dall’aria così felicemente spontanea. Un percorso tracciato dal prediletto pianoforte che l’eccellente interprete, Cristina Ariagno, è andata oltremodo arricchendo con la scoperta di numerosissimi manoscritti inediti. Possiamo risalire alla freschezza delle pagine nate nella sua precoce adolescenza, riunite nell’album «Juvénilia» per giungere alla maturità con l’avvincente raccolta di «Le Rossignol éperdu», cinquantatré «poesie» per pianoforte che rappresentano un vero e proprio diario poetico nella ricchezza screziata di movenze e di invenzioni che lasciano intendere l’ampiezza d’orizzonti cui volgeva il suo sguardo: «Ci sono molte altre cose che amo nello stesso tempo, e non oso dire di amarle più della musica, e arrossisco per questa mia confessione, io amo l’arte nel suo insieme, come in una visione di tutte le arti messe insieme», confidenza pienamente accordata con quanto pensava Proust quando diceva che in Reynaldo, il suo amato e delizioso Buchnibuls, come lo chiamava nelle lettere, la musica «si sprigiona in modo del tutto naturale dal suo temperamento di musicista letterario». Corrispondenza testimoniata da quei «Portraits de peintres» con cui Hahn aveva accompagnato al pianoforte la recitazione dei versi di Proust nel salotto di Madeleine Lemarie, integrando con la musica la rievocazione poetica di quei pittori prediletti dallo scrittore, il «sombre chagrin des ciels, coutumièrement gris» di Potter, l’ampiezza dei paesaggi di Cuyp, la  «douce fierté» dei ritratti di Van Dyck, «la mascarade, autre lointain, mélancolique» di Watteau.

 

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