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Delvaux, poesia del mistero

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Pier Paolo Mendogni

La lunga vita di Paul Delvaux (1897 – 1994) tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta è stata traumatizzata da un cocente dramma interiore che ha sconvolto anche la sua arte, portandolo verso un surrealismo poetico del tutto personale, che si discosta dalle teorie espresse nel «Manifesto» di André Breton del 1924. «Paul Delvaux – ha scritto Emile Langui - non ha più vissuto tra noi, ma in un mondo che lui stesso si è creato pezzo per pezzo». E la straordinaria mostra, ricca di capolavori, in corso alla Fondazione Magnani Rocca (fino al 30 giugno) – realizzata in collaborazione col Museo d’Ixelles e col contributo della Fondazione Cariparma e di Cariparma Crédit Agricole – documenta in modo esemplare la lunga vicenda del pittore belga e i suoi rapporti con gli altri artisti che più l’hanno interessato, come viene evidenziato nel titolo «Delvaux e il Surrealismo. Un enigma tra De Chirico, Magritte, Ernst, Man Ray». Il curatore Stefano Roffi – cui si deve pure il catalogo della Silvana Editoriale contenente anche un saggio di Arturo Carlo Quintavalle – è riuscito a raccogliere ben ottanta opere e quelle del protagonista vanno dal 1920 al 1974: un ampio arco temporale che consente di cogliere i diversi passaggi stilistici e tematici. Nato in una famiglia agiata – il padre era un noto avvocato – Paul François Ernest è stato notevolmente influenzato dalla madre Laure, soprano dal carattere forte e protettivo. A Bruxelles, dove la famiglia si era trasferita, durante gli studi di greco e latino si è appassionato alla mitologia e ha iniziato a disegnare mostrando un precoce talento cosicché a 19 anni si è iscritto alla facoltà di Architettura.
La sua passione però era la pittura e all’Accademia prendeva quella strada, studiando soprattutto la natura e il paesaggio che nei primi lavori esposti affronta in termini impressionistici (La source de l’Empereur) e postimpressionistici (Le chemin vers Rouge-Cloître). Un particolare interesse gli suscitavano le stazioni coi compatti vagoni che si riempiono di merci e lo sferragliare ansimante delle fumanti vaporiere. Lo stesso tema lo riprenderà negli anni Cinquanta quando il corposo realismo si astrae in una silente notturna «Solitude» (1955) mentre la ragazza nuda in primo piano che volge le spalle al tram che corre in un’atmosfera senza tempo allude al passato ormai perduto. Un passato che si fa onirico (1975) nella vecchia locomotiva musealizzata, seppur sbuffante, in un giardino popolato di ragazze nude dai corpi di un acerbo pruriginoso erotismo alla Balthus e dallo sguardo assorto e straniante. Nel 1929 conosceva Anne Marie de Marteleare, da lui chiamata Tam e ritratta seduta compuntamente in un ambiente castamente raggelato. La loro relazione veniva fortemente ostacolata dalla madre e Paul la lasciava iniziando però ad inseguire la «donna» sulla tela: dapprima nella sua prorompente fisicità («Jeune Femme nue» 1930) poi nella pienezza di una giovanile sensualità che la gente guarda con occhi diversi (riprovazione, curiosità, ostentata indifferenza, golosità) nell’intrigante «Venus endormie» (1932). 
La svolta decisiva avveniva nel ’34 allorché visitando la mostra «Minotaure» conosceva le opere di De Chirico, Dalí, Magritte, Ernst, rimanendone affascinato, e qui riproposte con «Le chasseur» di Ernst, le acute «reinterpretazioni» fotografiche dei surrealisti di Man Ray, lo straniante e misterioso «Visage du genie» di Magritte, il classicheggiante «Enigma della partenza» di De Chirico. Da questo momento Delvaux ha liberato i suoi sogni, le sue represse pulsioni verso il mondo femminile con una fantasia che supera i confini del reale senza però aderire alla casualità inconscia dei  surrealisti. «Per me – ha dichiarato – la cosa che mi interessa è l’accostamento di elementi differenti che non hanno alcun rapporto tra loro ma che, per una qualche associazione, provocano uno choc poetico». E della metafisica di De Chirico è rimasto colpito non dai soggetti, ritenuti troppo letterari, ma dalla «straordinaria poesia del silenzio». E in un poetico silenzio è avvolta la giovane donna distesa il cui sogno (Le Rêve) si materializza in una sottile inquietudine: un turbamento che si riflette nella difficoltà di comunicazione delle «Dames en dentelles», le «Femmes aux Salon» e altri disegni. Sempre negli anni Trenta la visita al Musée Spitzner, dove sono esposti scheletri e modelli di organi deformi, gli ha ispirato una serie di disegni che hanno per protagonisti gli scheletri che eseguono danze macabre, duelli e che negli anni Cinquanta li troviamo usati in soggetti religiosi come il grande olio della discussa, tormentata «Crocifissione» dove il dramma è acuito dalla presenza degli scuri elmi metallici dei soldati.
Ma il tema principale delle sue opere resta sempre la donna, sogno ossessivo. Si sposa nel 1937 con Suzanne Purnal ma il matrimonio naufraga presto. Divorzia nel 1949 e ritrova il primo amore, Tam che sposa nel ’52. Negli stessi anni ha cominciato a viaggiare e le sue visite in Italia a Firenze, Roma e Napoli si riflettono nel paesaggio in cui ambienta le sue donne splendide in un’astratta incomunicabilità. Il Quattrocento toscano con le sue scandite architetture fa da sfondo alle «Femmes nues» (1944); un colonnato classicheggiante col Vesuvio sullo sfondo ritma la studiata gestualità delle «Courtisanes»;  su un incantevole palcoscenico che si prolunga sul mare, tra antiche colonne dove il tempo si è trasformato in magia, due giovanette nude «dialogano» («Le Dialogue» 1974) senza parlare né guardarsi: poesia suprema di mistero. 
 

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