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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - La danza dei moretti (dall'Aida di Verdi)

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 Anna Maria Dadomo

Cosa c’entrava  «La danza dei moretti» con quello che stava facendo ? Perché quel ricordo emergeva alla sua coscienza da un passato che più remoto non si poteva mentre stava pulendo una fetta di zucca? 
Non doveva avere  più di tredici anni quando eseguiva questo componimento  al pianoforte. Ma per quanto si allenasse, la qualità dell’esecuzione, all’orecchio dell’insegnante di musica,  risultava sempre imperfetta. O la suonava troppo forte o troppo piano, o troppo in fretta o troppo lentamente. Insomma: il metronomo non lo seguiva, la musica non la leggeva, la postura non era corretta, l’attenzione era distratta. Soprattutto, concludeva irritata alzandosi dalla cattedra e affrettandosi a  chiudere la finestra attribuendo la sua poca concentrazione alle  voci allegre delle compagne che  salivano dal cortile dove era in corso la ricreazione, mancava di naturalezza ritmica. E per meglio sorvegliarla, quindi correggerla,   le si sedeva a fianco con  l’esplicita  minaccia che sarebbero state lì tutta la mattina (avrebbe pensato lei a giustificare la sua assenza presso gli altri insegnanti) a provare e riprovare fino a che non avesse penetrato la comprensione del carattere del pezzo e, di conseguenza, il suo livello tecnico, che al momento mostrava mille falle, non fosse migliorato. Solo allora avrebbe avuto il permesso di alzarsi. Dipendeva solo da lei. Forza. No. Non così. E’ troppo lenta. Ci vuole più brio. Colore ci vuole. È una danza allegra. Fiammeggiante. Non è un funerale. Un’altra volta. Da capo. Ripetere. Ma per quanto impegno ci  mettesse, progressi non ne faceva. Del resto, nessuno meglio di lei sapeva che mai  sarebbe riuscita  a suonare come si conveniva «La danza dei moretti». Perché ogni volta che ci provava, l’immagine della fanciulla, ritratta sulla copertina dell’ultimo romanzo che teneva nel cassetto della scrivania, vestita d’azzurro, i capelli biondi sciolti sulle spalle, seduta al pianoforte prendeva corpo in tutta la sua sfolgorante bellezza. E la musica che la giovane suonava  -  su questo lei non nutriva nessun dubbio -  faceva presagire  l’esistenza  di un giovane uomo, altrettanto avvenente, che di lì a poco sarebbe comparso, e che alla fine di quella sonata così romantica eseguita in maniera impeccabile, l’avrebbe stretta tra le braccia ,ancora commosso, senza una parola.
Ecco: lei voleva suonare una musica così. Non «La danza dei moretti». Ignorando del tutto la loro identità di schiavi nel contesto dell’Aida -  una delle opere più famose di Giuseppe Verdi - perché niente al riguardo le era stato detto dall’insegnante - quel pezzo le suggeriva una visione completamente falsa. A imporsi, come nei fumetti, era l’immagine di  una pentola colma d’acqua bollente, fumante sopra i tizzoni ardenti, con dentro l’esploratore bianco catturato e con i moretti, appunto, che danzavano allegri  tutt’intorno in attesa che lo sventurato cuocesse a puntino per mangiarselo di gusto. Il motivo per cui quella benedetta danza non entrava sotto le sue dita era così semplice! Ma come dirlo all’insegnante? Come metterla a parte di quelle ragioni così personali, così intime? Grazie a dio, non ce n’era stato bisogno perché una mattina l’insegnante, esasperata dalla sua imperizia, l’aveva esclusa, con sollievo di entrambe, dal saggio di fine anno. 
 Tatatata ta ta ta…intonò a bassa voce  mentre finiva di tagliare a dadini la zucca. Di nuovo la gatta, strusciandosi contro le sue gambe, emise un miagolìo stridulo, stonato. E lei si domandò, mentre si piegava  ad accarezzarla, se non fosse stato proprio quel miagolìo senza grazia a ricordarle la goffaggine di allora. Tatatata ta ta ta …    
 

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