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Za e le faccine dei suoi amici

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 di Manuela Bartolotti

Qui si vede la bravura, la capacità di sintesi, di concentrazione, di delineare il proprio essere e la propria attitudine pit-
torica in punta di pennino o di pennello. Si tratta dei 152 minimi autoritratti d’artisti della Raccolta Zavattini posseduti dalla Pinacoteca di Brera a Milano e ora esposti nella singolare mostra «A tutti i pittori ho chiesto l’autoritratto» a cura di Marina Gargiulo, sempre a Brera, fino all’8 settembre. Sono una briciola significativa della cospicua collezione di 1500 pezzi messa insieme dall’eclettico Cesare Zavattini nella sua casa romana dal 1940 al 1976.Sono rappresentati tutti i maestri del ‘900, tutti convinti dall’amicizia e dalla stima a prestarsi alla prova del formato ridottissimo, ovvero due quadretti in qualsiasi materiale e tecnica, di misura 8 x 10 cm., di cui uno necessariamente autoritratto. Alcuni anni fa era già stata fatta a Pieve di Cento un’analoga rassegna sulle minuscole opere della raccolta zavattiniana, ma il pregio di quest’ultima è quello di consegnarci le immagini dei volti degli artisti, quindi è non solo una sfida nel piccolo, ma nel “piccolo sé”. E’ inevitabile la necessità di raccogliere il condensato energetico della propria cifra pittorica, che sia contraddistinta da una capacità descrittiva quasi fiamminga (Annigoni, De Chirico, Leonor Fini, Marino Mazzacurati, Mario Radice, Diego Rivera, Gregorio Sciltian) o dalla sintesi sperimentale, cubista, astratta, surreale, come nel caso di Fontana, Tano Festa, Alberto Magnelli, Bruno Munari, Zoran Music, Claudio Parmiggiani, Mimmo Rotella, Giovanni Scheiwiller, Gillo Dorfles, Alberto Burri. Non è stato facile per artisti di forte impatto materico e ormai abituati alle grandi dimensioni come ad esempio Afro o Campigli, restringersi e rendere corporeità ed espressione in un perimetro tanto ridotto. Tuttavia emergono con forza come camei d’intensa auto-analisi psicologica, i ritratti di Carrà, Mafai, Manzù, Enrico Paolucci, Gregorio Sciltian, Mario Sironi, Ardengo Soffici, mentre sfociano dalla corposità cromatica espressionista i volti carichi d’inquietudine di Vedova, Pirandello, Morlotti, Marino Marini. E’ come sfogliare una raccolta di figurine di pregio dei grandi pittori, dove per ognuno la piccola dimensione costringe all’attenzione puntuale, a carpire la modalità espressiva, il messaggio poetico, non meno dell’interiorità e non meno che se queste caratteristiche fossero proposte in opere di formato standard. Anzi. Nel perspicace ingegno di Zavattini non c’era solo la volontà di avere una traccia dei maestri del ‘900, non solo di costringerli o stuzzicarli con il cimento miniaturistico, ma vi era forse anche il progetto di un corteo di volti trasfigurati e parlanti, una schiera di presenze in un’unica stanza a comporre il puzzle un po’surreale della vita, dell’ispirazione creativa, in un’opera omnia fantastica e concepibile solo dalla sua mente proteiforme, ironica e spavalda. Tutti insieme, come tanti fotogrammi, tanti pixels – se si volessero comporre con le tecniche informatiche – costruirebbero il suo ritratto, le sfaccettature della sua esistenza tra arte, letteratura, cinema. Perché ognuno di questi pittori ha avuto un rapporto più o meno stretto con lui, ha subito il suo fascino. E così ha lasciato non un semplice quadretto, ma un pezzo ‘e core, non un’opera autocelebrativa e autoreferenziale (come a volte può essere il ritratto), ma un dono e una confidenza riservata a chi sa e vuole guardare, stringendo gli occhi e aprendo la sensibilità all’ascolto non solo dell’arte, ma dell’umanità.C’è quindi anche qualcosa di pedagogico in questa idea e in questa mostra, insito nello sforzo di avvicinarsi, di fermarsi, d’entrare in uno spazio minimo fisicamente, quanto immenso creativamente. E’ della saggezza orientale soffermarsi sui dettagli, assecondare il breve, il piccolo, percorrere con lo sguardo non la magnificenza del grande, ma l’imperscrutabile linea che, in pochi centimetri, conduce all’anima, rivelandola nel tratto disegnato o nello sguardo concentrato, carpito da sé a sé. Zavattini aveva questa capacità, insieme a quella d’indagare e scoprire i talenti ai margini, ancora vergini seppur dirompenti (Antonio Ligabue, Rovesti, Nerone). Il motore di tutto quanto ha realizzato era la sua insaziabile curiosità.Possiamo allora capire come alla fine - o all’inizio di questa esposizione - l’artista che ultimo mette la firma sia proprio l’irripetibile Za. Tra gli altri autoritratti c’è infatti anche il suo, ironico e giocoso, quasi patafisico, in stile Baj. Grazie poi a Skira, tutte queste opere sono ingrandite e rese per sempre accessibili e fruibili da tutti in un catalogo che è come una storia dell’arte del ‘900 italiano, per immagini, per autori. Alla fine del percorso, sembrerà di aver visto un film, sceneggiato e diretto dal geniale Cesare Zavattini. Un piccolo grande capolavoro.

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