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Fiaba, forza civilizzatrice

Fiaba, forza civilizzatrice
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Sergio Caroli
Nessun genere letterario ha affascinato il genere umano come la fiaba, ma è pure vero che enormi difficoltà continuano ad opporsi agli sforzi di spiegarne le origini storiche, l’evoluzione e la diffusione. Gli studiosi di folklore e i critici letterari concordano sulla sua derivazione dalle tradizioni orali e sul fatto che essa sorse da un universo di micro-storie che - diffuse migliaia di anni fa in tutto il mondo - sono tuttora vive e vitali in mutati contesti storici. Su questo tema indaga Jack Zipes, professore emerito di Germanistica e Letterature comparate all’Università del Minnesota, nel saggio «La fiaba irresistibile. Storia culturale e sociale di un genere» (Donzelli, pag. 269, 30). Per motivare l’irrefrenabile seduzione esercitata dalla fiaba, lo studioso, una delle massime autorità mondiali in materia, ha cercato di illuminarne le correlazioni con le scienze sociali e naturali, allargando l’analisi socio-politica ai racconti popolari; e ciò sulla base dei nuovi sviluppi della psicologia evolutiva, dell’antropologia culturale, della biologia, della scienza cognitiva e della linguistica. Il suo assunto è «tentare di dimostrare che lo sviluppo storico della pratica della narrazione riflette l’impegno che gli esseri umani di tutto il mondo mettono in campo per adattarsi al loro ambiente naturale».
Professor Zipes, quale è stato, in estrema sintesi, il significato della fiaba all’interno dell’evoluzione culturale?
Come tutti i racconti brevi - la favola, il mito, la leggenda - la fiaba è un legame che unisce la comunità. Il suo ruolo specifico è portare speranza e mostrare un mondo migliore del nostro, nel quale si possa vivere, perché nel mondo della fiaba c'è sempre la giustizia: essa rivela e smaschera le contraddizioni del nostro mondo.
Lei scrive che l’evoluzione culturale della fiaba è connessa ai processi di civilizzazione che hanno portato alla formazione degli Stati nazionali.  Può spiegare il nesso?
Ogni nazione ha creato un certo modo di vivere e determinate forme di comportamento; in altri termini, dei valori, che potremmo definire dominanti. Storicamente essi cambiano ed allora cambia il nostro modo da raccontare le fiabe. Solo le fiabe insulse, come quelle di Disney, si connettono a valori fortemente conservatori, mentre le vere fiabe sfidano l’establishment. 
Lei afferma che le narrazioni orali furono imitate e replicate come «memi nell’antichità». Può spiegare questo concetto?
Il concetto fu inizialmente sviluppato da Richard Dawks nel libro «The Selfish Gene» apparso nel 1976. Ho adottato il suo concetto di meme come informazione culturale che «aderisce» alla mente e lì rimane, assumendo grande rilievo nel nostro adattamento all’ambiente culturale e naturale. Credo che certe fiabe siano divenute memi poiché - meglio degli altri generi - contengono e cristallizzano informazioni sullo stupro, sull'abuso e l’abbandono dei bambini, sulla rivalità tra fratelli, sullo sfruttamento degli altri, sul serial killing, e su altri problemi individuali e sociali. Le fiabe ci aiutano a comprendere la nostra realtà divenendo essenziali per la nostra sopravvivenza. Inoltre sono facili da ricordare anche nelle forme più varie. Quando le fiabe sono prive di significato, non le riteniamo nella mente. Ne cerchiamo altre.
Gli scrittori non hanno mai usato il termine «fiaba»  o «racconto di fate»  finché Madame Marie-Catherine d’Aulnoy non lo coniò nel 1697, pubblicando la sua prima raccolta di storie. A questa scrittrice lei dedica molte pagine. Perché è importante?
Madame d’Aulnoy e gli altri scrittori di fiabe vissuti durante l’«Ancien Régime» sono importanti perché, dopo Straparola e Giovan Battista Basile, hanno sviluppato la fiaba letteraria, fondata sulla tradizione orale come elemento indicativo del processo di civilizzazione. Grazie alla d’Aulnoy la fiaba fu accettata da esponenti della classe sociale dominante, anche se a ispirare l’autrice furono pulsioni sovversive.
Perché attribuisce grande importanza a «Le piacevoli notti»  di Francesco Straparola, novellista cinquecentesco?  
Straparola fu il primo autore in Europa a pubblicare fiabe; 17 in tutto. Egli è divenuto un modello per alcuni autori francesi. Ancor più importante, a mio avviso, è Basile, il meraviglioso scrittore napoletano, più originale e profondo di Straparola.
Quale è ruolo storico di Giuseppe Pitrè, come raccoglitore e studioso di fiabe?
Sarebbe lungo spiegare il significato storico dell’opera di Pitrè, perchè pubblicò tante cose, e non solo la raccolta di fiabe e racconti siciliani. Quest’uomo minuscolo di statura, medico e senatore del Regno, fu un grande, geniale studioso d’ogni forma di folklore. Il suo lavoro merita grande considerazione: ciò che egli fatto più per lo studio del folklore vale non solo per Europa, ma anche per Stati Uniti. Il suo metodo interdisciplinare nel raccogliere le fiabe fu un modello per tutti studiosi del fenomeno nel periodo fra 1875 e il 1914. Inoltre egli incoraggiò molti studiosi a produrre importanti raccolte di racconti e di fiabe.
Quale era il suo metodo?
Da ogni parte della Sicilia colleghi, amici e parenti gli portavano o gli inviavano storie in dialetti diversi, ed egli cercava di spiegarne le differenze nelle note a piè di pagina, nelle quali includeva spesso diverse varianti. Tale era la sua erudizione da poter egli citare varianti di fiabe di tutte le regioni d’Europa e del Medio Oriente, e tracciare la genealogiadi talune narrazioni a partire dal periodo greco-romano, spesso lavorando come una sorta di detective per spiegare le derivazioni e deviazioni di una particolare fiaba.
La fiaba irresistibile - Donzelli, pag. 269, euro 30,00

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