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America, nuove emozioni

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di Edda Lavezzini Stagno
Palazzo delle Esposizioni di Roma, di scena l’arte newyorkese. La mostra «Empire State. Arte a New York oggi» presenta al pubblico venticinque artisti che i due curatori, Alex Gardenfeld e Sir Norman Rosenthal, hanno selezionato nell’arco di tre anni visitando 150 studi. Sono artisti di diverse generazioni, alcuni emergenti, altri affermati, ma ognuno di loro presentato in modo approfondito anche grazie ai lavori esposti per la prima volta e alcuni addirittura realizzati per l’occasione. La mostra in corso in via Nazionale fino al 21 luglio è imponente, e nel complesso colpisce la nuova forma estetica lontana dai canoni creativi di matrice europea. Ma diciamo subito che «Empire State. Arte a New York oggi» non è una mostra di facile lettura. Occorre partire dal titolo che richiama, non a caso, la città americana come sede di ricchezza e risorse dello stato, considerata da George Washington la sede dell’impero. Inoltre il riferimento è all’inno hip-hop creato nel 2009 dal re del rap Jay-Z, e «Empire State» può essere considerata la risposta del XXI secolo al celebre ciclo pittorico «The Course of Empire» di Thomas Cole, un artista americano nato in Inghilterra che con le tele realizzate a New York tra il 1833 e il 1836, raffigura l’ascesa e il declino di una città immaginaria situata, proprio come Manhattan, alla foce di un bacino fluviale. Oggi nell’esposizione romana si leggono allegorie simili per illustrare le trasformazioni socio-economiche degli Stati Uniti e le loro ripercussioni sul ruolo, la fiducia in sé e la distribuzione del potere nella nazione. La rassegna si apre al centro della Rotonda del Palazzo delle Esposizioni con l’opera di Keith Edmier che più di tutte lega l’Empire State all’antico Impero Romano. Si tratta di una scultura alta sei metri, larga e profonda quattro, che rappresenta un ciborio, un baldacchino costruito sull’altare, un portale e allo stesso tempo un reliquiario personale. Quest’opera, Penn Station Ciborium, accomuna due stazioni ferroviarie ormai distrutte: l’antica stazione Termini della Capitale, edificata sopra le Terme di Diocleziano e demolita nel 1937, e la Pennsylvania Station, pietra miliare della mitologia newyorkese. Progettata da McKim, Mead & White, realizzata nel 1910, all’apice della rivoluzione industriale americana, la «Penn Station» era un capolavoro di architettura neoclassica d’impronta romana che attestava il ruolo di New York quale capitale culturale e commerciale del Nuovo Mondo. Demolita nel 1963, al culmine della smania newyorkese per la «modernità», sopravvive nell’immaginario collettivo come testimonianza perduta di un impero passato e futuro. Vale la pena di soffermarsi su Penn Station Ciborium per descrivere alcuni dettagli piuttosto significativi: sotto i piedi del visitatore l’artista ha posto un tratto di binario proveniente dalla Penn Station originale, e alla base delle colonne Edmier ha abbarbicato grappoli di ostriche in resina, simbolo di un mollusco una volta molto diffuso nelle acque di New York, oggi decimato dall’inquinamento, simbolo dunque del declino. Gli artisti dell’ambiziosa rassegna, attraverso quadri, sculture, fotografie, video e installazioni, esaminano il ruolo di New York nel contesto globale. Rob Pruit presenta sculture cromate di dinosauri che fissano iperrealistiche nature morte raffiguranti montagne di spazzatura. Il percorso prosegue con tre opere di Jeff Koons, della serie Antiquity nei quali l’artista, manifestando il suo interesse nei confronti del classicismo e della mitologia greca e romana, raffigura statue riconducibili ad Afrodite, dea dell’amore, molestata da Pan, dio dal piede caprino. Julian Schnabel ha scansionato una serie di pannelli di carta da parati della metà dell’Ottocento francese ingrandendo le immagini e stampandole su poliestere. Le nature morte di Takeshi Murata, realizzate con strategie classiche, rappresentano oggetti contemporanei, dall’auricolare iPod, a vermetti gommosi, a tastiere elettroniche, oggetti appartenenti a quel sistema dei consumi che ha caratterizzato Murata e la sua generazione. Si legge nel catalogo SKIRA ricco di testi scritti da esperti di fama internazionale, che Murata non chiede al pubblico di capire, ma chiede che le sue opere siano osservate e contemplate. Una tecnica, questa, che può rivelarsi di grande aiuto nel visitare una mostra che racconta una città dove immagini e simboli diventano icone universali.

 

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